<<< Torna all'Home page <<< Torna alla pagina di Medicina & Basket

Osteopatia e Basket

di Roberto Oggioni

Roberto Oggioni è osteopata della nazionale di basket dal 2001, oltre ad essere consulente della Pallacanestro Varese. Ricopre anche l'incarico di Docente presso l'Istituto Superiore di Osteopatia di Milano.

 

VISIONE OSTEOPATICA DI PROBLEMATICHE AL GINOCCHIO

 

Il lavoro seguente illustra la visione osteopatica di una comune patologia a carico del ginocchio.

Parleremo della sindrome femoro-rotulea; problematica molto frequente nell’ambito sportivo, difficilmente trattabile nel momento in cui i sintomi si sono già manifestati.

Sappiamo bene che il ginocchio è un’articolazione molto sollecitata nel basket, in quanto si trova tra due ossa lunghe ( tibia e femore) che fungono da leve che aumentano lo stress meccanico nell’articolazione durante le varie situazioni di gioco quali: cambio di direzione, piede perno, salti, atterraggi, ecc.

La ripetizione esasperata e continua di questi gesti tecnici, sottopone il ginocchio ad un "sovraccarico funzionale", con "over-use" di tutte le strutture che la compongono.

Le strutture più sensibili al sovraccarico funzionale sono le strutture tendinee ed il tessuto cartilagineo.

La sofferenza della cartilagine, a tutti i livelli, ma in particolare del ginocchio, deriva da meccanismi d’usura e per la comprensione è necessario comprendere la fisiologia articolare femoro-rotulea.

La biomeccanica del ginocchio prevede dei movimenti combinati. Il movimento principale del ginocchio è quello di flesso estensione, dove si ha uno scivolamento-rotolamento dei condili femorali sui piatti tibiali.

Durante il movimento di flesso-estensione il ginocchio compie dei movimenti passivi di rotazione dovuti alla conformazione dei condili femorali (rotazione esterna di circa 30° in massima estensione). Questo determina, in estensione, lo spostamento laterale dell’apofisi tibiale con inclinazione del tendine rotuleo che vi si inserisce. La deviazione del tendine crea un’angolo col ventre del quadricipite che comunemente viene definito "angolo Q".

Durante i movimenti del ginocchio la rotula si muove nella doccia creata tra i condili femorali; è quindi necessario che la rotula abbia una posizione corretta rispetto al femore per mantenere l’equilibrio di questa "articolazione atipica" e limitare i danni che, in presenza di alterazione della posizione della rotula, si possono creare alla cartilagine rotulea.

La sindrome femoro-rotulea è il risultato finale di una non fisiologica compressione della cartilagine rotulea sui condili femorali determinata da un cambiamento dell’angolo Q.

 

In una sindrome femoro-rotulea tipicamente viene lamentato un dolore nella parte anteriore del ginocchio. Un esame obiettivo accurato ci permette di valutare la sofferenza della cartilagine rotulea attraverso la palpazione.

Esistono dei test e degli esami strutturali che possono aiutarci a capire il grado di condropatia ( sofferenza della cartilagine), e, a seconda della gravità, si crea un prospetto terapeutico.

 

 

 

Una diagnostica specifica ortopedica valuta, oltre alle problematiche specifiche dell’articolazione femoro-rotulea, le possibili varianti anatomiche che possono cambiare l’equilibrio articolare:

  • Varianti anatomiche della rotula come dimensioni (magna, minuta biparita,ecc.) o posizione nello spazio (rotula alta, bassa,ecc);
  • Lassità dei legamenti rotulei che creano una ipermobilità patellare procurando una alterata biomeccanica;
  • Difetti di assialità, di solito un aumento dell’angolo Q (crea un aumento delle forze valgizzanti) ad esempio:
    • ginocchio valgo o varo
    • anomalie dell’articolazione dell’anca (anteversa, vara, plana, ecc.)
    • problematiche del piede o della caviglia che possano creare una torsione tibiale e per cui un aumento dell’angolo Q (piede piatto, calcagno valgo, ecc)
    • una debolezza o una retrazione di una porzione del quadricipite può aumentare l’angolo Q.

 

Quello che vorremmo proporre è l’interpretazione osteopatica della disfunzione, ossia passare attraverso una valutazione globale sia posturale che funzionale per comprendere il perché della manifestazione clinica .

Una valutazione osteopatica è utile sia nei casi in cui non vi siano delle alterazioni anatomiche, sia nei casi in cui vi sia una problematica anatomica dove non si decida di intervenire chirurgicamente.

Una qualsiasi disfunzione crea delle alterazioni di mobilità, a cui conseguono delle alterazioni posturali dinamiche e statiche, sia di tipo articolare, sia di tipo muscolare. Tali alterazioni possono essere date da impulsi nocicettivi, che , seguendo dei circuiti neurologici , costringono all’adattamento antalgico l’intera struttura; la postura antalgica evidenzia una condizione patologica in acuto, che protratta nel tempo può assumere la forma cronica di schema di funzionamento.

Il primo gradino di una valutazione osteopatica è di capire se lo schema di funzionamento è discendente o ascendente.

Si definiscono schemi ascendenti quelli che sono condizionati da priorità agli arti inferiori e che si trasmettono dal basso verso l’alto.

Questo significa che qualche articolazione degli arti inferiori ha subito un insulto meccanico e non ha più la possibilità di esprimere tutta la sua funzionalità, chiedendo compensi nelle articolazioni a monte.

Una distorsione tibio-tarsica trascurata e non ridotta, una tendinite (achillea, del tibiale posteriore, dei peronei), una caduta della volta plantare, sono tutte condizioni che possono alterare la biomeccanica della caviglia e del piede, generando degli stadi dolorosi e infiammatori cronici che possono richiedere un compenso di rotazione tibiale, con evidente ripercussione al ginocchio.

Si definiscono, invece, schemi funzionali discendenti quelli che sono condizionati da priorità a livello della colonna e bacino che si trasmettono agli arti inferiori.

Una comune postura antalgica dovuta ad una classica lombalgia, con traslazione laterale del bacino e curvatura lombare sul piano frontale, presuppone un compenso degli arti inferiori, creando rotazioni e adduzioni-abduzioni dell’anca, ginocchio e caviglia.

Non sempre quando si esaurisce la manifestazione sintomatica le posture non fisiologiche di compenso ritrovano la posizione corretta, predisponendo queste articolazioni a dei sovraccarichi funzionali e all’insorgenza di stati infiammatori.

L’osteopata, servendosi dell’indagine anamnestica e soprattutto della valutazione funzionale della mobilità articolare, va alla ricerca di perdite di mobilità e di retrazioni muscolari e traccia lo schema di funzionamento del paziente.

La parte fondamentale della valutazione osteopatica è quella di capire dove si trova il problema primario, ossia la causa dell’alterazione posturale.

Questo ci offre la possibilità di tracciare un percorso terapeutico specifico, appropriato e comunque studiato per il caso da associare alla terapia anti-infiammatoria farmacologia e fisioterapica, per togliere l’irritazione che il sovraccarico posturale ha causato.

Trattando solo la sintomatologia senza curare lo schema posturale del paziente il beneficio sarà parziale; il limite di questo trattamento è che la sintomatologia si ripresenterà al prossimo sovraccarico, e soprattutto non verrà arrestato il processo degenerativo della cartilagine: così la condropatia seguirà il suo decorso verso l’intervento.

Non fa parte della filosofia osteopatica creare dei protocolli terapeutici per questo disturbo,( anche se qualcuno lo propone), infatti, in osteopatia non esiste il trattamento della patologia specifica ma il trattamento del paziente come unità. Quindi il trattamento sarà semplicemente quello di entrare nello schema di funzionamento che ha portato al problema e rimuovere sia i blocchi articolari che si sono creati, sia le tensioni miofasciali associate.

Solo così si rispecchia la filosofia osteopatica e si garantisce un buon funzionamento globale al paziente.

Chiaramente negli sport dove la struttura fisica viene sollecitata all’eccesso, diventa di fondamentale importanza studiare fin da bambini lo schema posturale per poter prevenire l’instaurarsi di catene disfunzionali con le sintomatologie più svariate.

Ovviamente la situazione ottimale per tutti sarebbe prevenire questi disturbi . Quando per i più svariati motivi però si arriva ad avere una alterazione anatomica del distretto sofferente (tendinosi, tendinite calcifiche, condrite di gradi avanzati, ecc) l’efficacia del trattamento osteopatico subisce un importante decremento e la compromessa funzione dell’atleta porta a una riduzione prestativa e spesso ci si trova al bivio di sottoporre il paziente ad un intervento chirurgico con relativi dubbi e tempi di recupero.

 

I testi

Home | Chi Siamo | Crediti | Collabora | Disclaimer | Scrivici

Basket Data Service P. IVA 02965630615 - Questo sito è ottimizzato per una risoluzione 1024x768 su internet explorer 5.0 e superiori