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VISIONE OSTEOPATICA DI
PROBLEMATICHE AL GINOCCHIO
Il lavoro seguente
illustra la visione osteopatica di una comune patologia a carico
del ginocchio.
Parleremo della sindrome
femoro-rotulea; problematica molto frequente nell’ambito
sportivo, difficilmente trattabile nel momento in cui i sintomi si
sono già manifestati.
Sappiamo bene che il
ginocchio è un’articolazione molto sollecitata nel basket, in
quanto si trova tra due ossa lunghe ( tibia e femore) che fungono
da leve che aumentano lo stress meccanico nell’articolazione
durante le varie situazioni di gioco quali: cambio di direzione,
piede perno, salti, atterraggi, ecc.
La ripetizione esasperata
e continua di questi gesti tecnici, sottopone il ginocchio ad un
"sovraccarico funzionale", con "over-use" di
tutte le strutture che la compongono.
Le strutture più
sensibili al sovraccarico funzionale sono le strutture tendinee ed
il tessuto cartilagineo.
La sofferenza della
cartilagine, a tutti i livelli, ma in particolare del ginocchio,
deriva da meccanismi d’usura e per la comprensione è necessario
comprendere la fisiologia articolare femoro-rotulea.
La biomeccanica del
ginocchio prevede dei movimenti combinati. Il movimento principale
del ginocchio è quello di flesso estensione, dove si ha uno
scivolamento-rotolamento dei condili femorali sui piatti tibiali.
Durante il movimento di
flesso-estensione il ginocchio compie dei movimenti passivi di
rotazione dovuti alla conformazione dei condili femorali
(rotazione esterna di circa 30° in massima estensione). Questo
determina, in estensione, lo spostamento laterale dell’apofisi
tibiale con inclinazione del tendine rotuleo che vi si inserisce.
La deviazione del tendine crea un’angolo col ventre del
quadricipite che comunemente viene definito "angolo Q".
Durante i movimenti del
ginocchio la rotula si muove nella doccia creata tra i condili
femorali; è quindi necessario che la rotula abbia una posizione
corretta rispetto al femore per mantenere l’equilibrio di questa
"articolazione atipica" e limitare i danni che, in
presenza di alterazione della posizione della rotula, si possono
creare alla cartilagine rotulea.
La sindrome
femoro-rotulea è il risultato finale di una non fisiologica
compressione della cartilagine rotulea sui condili femorali
determinata da un cambiamento dell’angolo Q.

In una sindrome
femoro-rotulea tipicamente viene lamentato un dolore nella parte
anteriore del ginocchio. Un esame obiettivo accurato ci permette
di valutare la sofferenza della cartilagine rotulea attraverso la
palpazione.
Esistono dei test e degli
esami strutturali che possono aiutarci a capire il grado di
condropatia ( sofferenza della cartilagine), e, a seconda della
gravità, si crea un prospetto terapeutico.

Una diagnostica specifica
ortopedica valuta, oltre alle problematiche specifiche dell’articolazione
femoro-rotulea, le possibili varianti anatomiche che possono
cambiare l’equilibrio articolare:
- Varianti anatomiche della rotula come
dimensioni (magna, minuta biparita,ecc.) o posizione nello
spazio (rotula alta, bassa,ecc);
- Lassità dei legamenti rotulei che
creano una ipermobilità patellare procurando una alterata
biomeccanica;
- Difetti di assialità, di solito un
aumento dell’angolo Q (crea un aumento delle forze
valgizzanti) ad esempio:
- ginocchio valgo o varo
- anomalie dell’articolazione dell’anca
(anteversa, vara, plana, ecc.)
- problematiche del piede o della
caviglia che possano creare una torsione tibiale e per cui
un aumento dell’angolo Q (piede piatto, calcagno valgo,
ecc)
- una debolezza o una retrazione di
una porzione del quadricipite può aumentare l’angolo Q.
Quello che vorremmo
proporre è l’interpretazione osteopatica della disfunzione,
ossia passare attraverso una valutazione globale sia posturale che
funzionale per comprendere il perché della manifestazione clinica
.
Una valutazione
osteopatica è utile sia nei casi in cui non vi siano delle
alterazioni anatomiche, sia nei casi in cui vi sia una
problematica anatomica dove non si decida di intervenire
chirurgicamente.
Una qualsiasi disfunzione
crea delle alterazioni di mobilità, a cui conseguono delle
alterazioni posturali dinamiche e statiche, sia di tipo
articolare, sia di tipo muscolare. Tali alterazioni possono essere
date da impulsi nocicettivi, che , seguendo dei circuiti
neurologici , costringono all’adattamento antalgico l’intera
struttura; la postura antalgica evidenzia una condizione
patologica in acuto, che protratta nel tempo può assumere la
forma cronica di schema di funzionamento.
Il primo gradino di una
valutazione osteopatica è di capire se lo schema di funzionamento
è discendente o ascendente.
Si definiscono schemi
ascendenti quelli che sono condizionati da priorità agli arti
inferiori e che si trasmettono dal basso verso l’alto.
Questo significa che
qualche articolazione degli arti inferiori ha subito un insulto
meccanico e non ha più la possibilità di esprimere tutta la sua
funzionalità, chiedendo compensi nelle articolazioni a monte.
Una distorsione
tibio-tarsica trascurata e non ridotta, una tendinite (achillea,
del tibiale posteriore, dei peronei), una caduta della volta
plantare, sono tutte condizioni che possono alterare la
biomeccanica della caviglia e del piede, generando degli stadi
dolorosi e infiammatori cronici che possono richiedere un compenso
di rotazione tibiale, con evidente ripercussione al ginocchio.
Si definiscono, invece,
schemi funzionali discendenti quelli che sono condizionati da
priorità a livello della colonna e bacino che si trasmettono agli
arti inferiori.
Una comune postura
antalgica dovuta ad una classica lombalgia, con traslazione
laterale del bacino e curvatura lombare sul piano frontale,
presuppone un compenso degli arti inferiori, creando rotazioni e
adduzioni-abduzioni dell’anca, ginocchio e caviglia.
Non sempre quando si
esaurisce la manifestazione sintomatica le posture non
fisiologiche di compenso ritrovano la posizione corretta,
predisponendo queste articolazioni a dei sovraccarichi funzionali
e all’insorgenza di stati infiammatori.
L’osteopata, servendosi
dell’indagine anamnestica e soprattutto della valutazione
funzionale della mobilità articolare, va alla ricerca di perdite
di mobilità e di retrazioni muscolari e traccia lo schema di
funzionamento del paziente.
La parte fondamentale
della valutazione osteopatica è quella di capire dove si trova il
problema primario, ossia la causa dell’alterazione posturale.
Questo ci offre la
possibilità di tracciare un percorso terapeutico specifico,
appropriato e comunque studiato per il caso da associare alla
terapia anti-infiammatoria farmacologia e fisioterapica, per
togliere l’irritazione che il sovraccarico posturale ha causato.
Trattando solo la
sintomatologia senza curare lo schema posturale del paziente il
beneficio sarà parziale; il limite di questo trattamento è che
la sintomatologia si ripresenterà al prossimo sovraccarico, e
soprattutto non verrà arrestato il processo degenerativo della
cartilagine: così la condropatia seguirà il suo decorso verso l’intervento.
Non fa parte della
filosofia osteopatica creare dei protocolli terapeutici per questo
disturbo,( anche se qualcuno lo propone), infatti, in osteopatia
non esiste il trattamento della patologia specifica ma il
trattamento del paziente come unità. Quindi il trattamento sarà
semplicemente quello di entrare nello schema di funzionamento che
ha portato al problema e rimuovere sia i blocchi articolari che si
sono creati, sia le tensioni miofasciali associate.
Solo così si rispecchia
la filosofia osteopatica e si garantisce un buon funzionamento
globale al paziente.
Chiaramente negli sport
dove la struttura fisica viene sollecitata all’eccesso, diventa
di fondamentale importanza studiare fin da bambini lo schema
posturale per poter prevenire l’instaurarsi di catene
disfunzionali con le sintomatologie più svariate.
Ovviamente la situazione
ottimale per tutti sarebbe prevenire questi disturbi . Quando per
i più svariati motivi però si arriva ad avere una alterazione
anatomica del distretto sofferente (tendinosi, tendinite
calcifiche, condrite di gradi avanzati, ecc) l’efficacia del
trattamento osteopatico subisce un importante decremento e la
compromessa funzione dell’atleta porta a una riduzione
prestativa e spesso ci si trova al bivio di sottoporre il paziente
ad un intervento chirurgico con relativi dubbi e tempi di
recupero.
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