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E'
ormai pratica comune, nel campo della riabilitazione sportiva,
l'utilizzo di protocolli con esercitazioni specifiche in acqua
all'interno dei vari programmi di rieducazione funzionale.
Le
caratteristiche dell'ambiente acquatico (densità e viscosità
dell'acqua notevolmente maggiore rispetto all'aria, situazione
tendenzialmente antigravitaria con progressivo "scarico" del
peso corporeo che aumenta in base alla profondità d'immersione,
pressione idrostatica con azione trasversale sul corpo immerso,
maggiore resistenza al movimento ed all'avanzamento che aumenta
in maniera esponenziale con la velocità) e le possibilità di
modulazione del lavoro acquatico (dalla posizione del corpo alla
profondità dell'acqua, dalla temperatura alla presenza di flussi
o correnti, all'uso di attrezzature specifiche) producono una
serie di effetti sull'apparato locomotore che possono essere
sfruttati in maniera utile nella riabilitazione dei traumi.
L'azione di massaggio e di rilassamento sull'apparato muscolare,
la riduzione di edemi e versamenti traumatici, l'azione
decontratturante, la sostanziale atraumaticità dei movimenti
dovuta al minore impatto, l'aumento della mobilità articolare e
la diminuzione delle rigidità, il miglioramento della
circolazione locale, la riduzione del carico, la possibilità di
mobilizzazione precoce con i conseguenti effetti a livello
fisico e psicologico, sono tra i benefici che il lavoro in acqua
offre allo sportivo infortunato. Si pu˜ affermare con relativa
sicurezza che svantaggi e controindicazioni sono veramente
trascurabili (presenza di ferite aperte, relativa aspecificità
dell'attività, uso indiscriminato della metodica).
E'
importante comunque avere ben presente i presupposti fisiologici
e biomeccanici dell'esercizio fisico in acqua. In particolare
occorre tenere conto degli adattamenti dei principali apparati
quali 1'apparato locomotore (situazione di "scarico", minore
velocità dei movimenti per la resistenza del fluido ),
cardiovascolare (miglior ritorno venoso, aumento della pressione
venosa centrale, maggior riempimento atriale, ridistribuzione
del flusso sanguigno ("blood shift" toracico e cefalico),
ipervolemia centrale con aumento della gittata sistolica e
cardiaca), respiratorio (volumi polmonari statici diminuiti,
maggior aumento della frequenza respiratoria in situazioni di
aumentata richiesta metabolica ), renale (aumento della diuresi
e della natriuresi). Per quanto riguarda le risposte metaboliche
ed i principali aspetti fisiologici nell'esercizio fisico in
acqua, sono particolarmente interessanti le conclusioni di
alcuni lavori dove sono state studiate le modificazioni di
alcuni parametri (frequenza cardiaca, consumo di ossigeno,
accumulo di lattato) durante attività di corsa e ciclismo in
acqua (n genere all'altezza del collo) confrontate con le stesse
attività (ovviamente con gli stessi soggetti ) svolte in
ambiente terrestre. E' chiaro che, proprio per le
caratteristiche citate in precedenza che differenziano
1'ambiente acquatico da quello terrestre, le attività di corsa,
ciclismo, ed in generale tutti i movimenti in acqua non possono
essere considerati esattamente sovrapponibili dal punto di vista
biomeccanico, e probabilmente molti degli adattamenti
riscontrati dipendono da queste differenze. In generale, gran
parte di queste ricerche, effettuate con varie tipologie di
soggetti (allenati, non allenati, addestrati o meno al lavoro in
acqua, etc.) e in varie condizioni (con giubbotti galleggianti o
senza), concordano nei risultati, che presentano valori
diminuiti, in uno sforzo massimale, di VO2max e di frequenza
cardiaca massimale nella corsa in immersione al collo rispetto a
quella sulla terraferma su nastro trasportatore; nell'esercizio
su cicloergometro invece sono stati riscontrati valori pressochè
simili di VO2max ma valori diminuiti di Fcmax tra sforzo
effettuato fuori e dentro 1'acqua; minori differenze sono state
riscontrate durante sforzi submassimali. Risultati
contraddittori e non sempre concordanti sono stati riscontrati
nel picco di lattato, ed in generale nei valori di lattacidemia:
in questo caso è stato ipotizzato un ruolo importante delle
catecolamine, la cui attività può essere alterata dal lavoro in
acqua. In conclusione, le cause di queste differenze,
soprattutto per quanto riguarda la corsa in acqua, sono da
imputare principalmente alla diversa muscolatura attiva e al
diverso modello di reclutamento muscolare nel lavoro in acqua,
che provoca tra 1'altro una ridotta frequenza del passo (o una
ridotta ampiezza a paritˆ di sequenza, mentre il VO2 calcolato
per ogni singolo passo risultato maggiore nell'attivitˆ in
acqua); queste differenze sono dovute alla resistenza del mezzo
( maggiore viscosità ed attrito) ed alla situazione
antigravitaria del lavoro in acqua, e alle conseguenze di questa
situazione su equilibrio, stabilità, impegno muscolare. Studi
sulle differenze di VO2max e di Fcmax rilevate nel corso di
esercizi submassimali effettuati dentro e fuori dall'acqua hanno
riportato risultati non omogenei, imputabili alla diversa
qualificazione e preparazione per 1' attività specifica dei
soggetti indagati; in generale, le differenze tra i due tipi di
lavoro in relazione ai parametri misurati sono meno rilevanti
rispetto a quelle nel corso di esercizi massimali. Per quanto
concerne gli effetti allenanti del 1avoro in acqua (corsa,
ciclismo) rispetto a quello fuori dall'acqua, sembra che non vi
siano, dal punto di vista degli adattamenti cardiovascolari e
respiratori, differenze significative tra i diversi programmi di
allenamento (fuori e dentro l'acqua); è interessante notare che
alcuni autori hanno proposto una frequenza cardiaca inferiore di
circa 10-12 battiti al minuto nel lavoro in acqua rispetto a
quello fuori per produrre adattamenti simili. Ulteriori
modificazioni possono aversi con il variare della temperatura
dell'acqua, con i conseguenti adattamenti cardiocircolatori
soprattutto a livello periferico (vasocostrizione o
vasodilatazione, rispettivamente in condizioni di temperatura
più bassa o più alta); in generale, una temperatura tra i 25 e i
28 gradi è considerata accettabile e non particolarmente
influente per lavori di media ed alta intensità, mentre nel
recupero la temperatura dovrebbe innalzarsi. Studi recenti hanno
analizzato anche l'attività motoria in acqua (corsa, attività
con attrezzi) dal punto di vista biomeccanico, utilizzando
elettromiografie di superficie ed altre attrezzature specifiche
(sensori, etc.), ed evidenziando le differenze del lavoro e
della contrazione muscolare rispetto al lavoro terrestre. In
particolare, sono rimarcabili le differenze riscontrate, a
parità di movimento, nell'impegno della muscolatura agonista ed
antagonista; nel reclutamento dei vari gruppi muscolari ( ad
esempio, nel movimento di camminata in acqua c'è un impegno
decisamente superiore del grande gluteo e del bicipite femorale
rispetto alla camminata a terra e diversi tempi di appoggio del
piede ); nell'utilizzo di vortici e resistenze applicando
attrezzature specifiche agli arti; nella escursione delle
principali articolazioni ( anca, ginocchio e caviglia) con
conseguenze anche dal punto di vista muscolare, nel movimento di
corsa in acqua alta nelle varie posizioni ed inclinazioni del
tronco. E' importante ricordare che, come in ogni programma
riabilitativo, anche nella rieducazione funzionale in acqua
occorre individualizzare i protocolli di lavoro in base alle
caratteristiche del paziente, all'attività specifica, al livello
di qualificazione, agli obiettivi a breve e lunga scadenza, al
tipo ed all'entità della patologia; occorrerà inoltre tenere
conto del grado di acquaticità e di familiarità con l'attività
motoria in acqua e delle caratteristiche dell'impianto. Occorre
inoltre che gli operatori siano esperti dell'attività specifica
e delle caratteristiche del movimento acquatico.
I
protocolli prevedono diversi tipi di esercitazioni, con
molteplici finalità (di rilassamento e allungamento, di
mobilizzazione, di stimolazione della propriocettività, di
tonificazione e potenziamento della muscolatura, di sviluppo
della mobilità articolare, di condizionamento organico, etc.).
Vi sono esercizi che possono essere effettuati in acqua alta
(con l'ausilio di giubbotti galleggianti e/o tubi), altri in
acqua bassa; alcuni prevedono l'utilizzo di attrezzi più o meno
specifici come tavole e tavolette di varia grandezza, da
utilizzare in diverse posizioni, bracciali, collari, pinne,
manubri, cavigliere, etc.; in alcuni casi può essere utile che
il riabilitatore scenda in acqua con l'atleta per supportarlo in
alcune esercitazioni. Si possono anche effettuare esercitazioni
di nuoto, ma consigliamo di verificare la posizione e
l'esecuzione del gesto tecnico; spesso l'atleta, non essendo
esperto dell'attività, non effettua il movimento in maniera
corretta, per cui non è rilassato e questo può essere
addirittura controproducente. Abbiamo avuto occasione di
utilizzare questa metodica in diverse occasioni in giocatori di
basket infortunati, con risultati spesso decisamente positivi;
ovviamente l'attività deve essere effettuata in sinergia con le
altre metodiche terapeutiche e riabilitative ( fisioterapiche,
farmacologiche, etc.). I protocolli utilizzati, pur avendo delle
basi comuni di lavoro, sono stati individualizzati in base alla
situazione e alle caratteristiche dell'atleta infortunato e al
tipo di infortunio subito.
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