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PRESUPPOSTI FISIOLOGICI E BIOMECCANICI DELL'ESERCIZIO IN ACQUA

Piero Benelli, Gilberto Martelli

Associazione Italiana Medici del Basket

 
E' ormai pratica comune, nel campo della riabilitazione sportiva, l'utilizzo di protocolli con esercitazioni specifiche in acqua all'interno dei vari programmi di rieducazione funzionale.

Le caratteristiche dell'ambiente acquatico (densità e viscosità dell'acqua notevolmente maggiore rispetto all'aria, situazione tendenzialmente antigravitaria con progressivo "scarico" del peso corporeo che aumenta in base alla profondità d'immersione, pressione idrostatica con azione trasversale sul corpo immerso, maggiore resistenza al movimento ed all'avanzamento che aumenta in maniera esponenziale con la velocità) e le possibilità di modulazione del lavoro acquatico (dalla posizione del corpo alla profondità dell'acqua, dalla temperatura alla presenza di flussi o correnti, all'uso di attrezzature specifiche) producono una serie di effetti sull'apparato locomotore che possono essere sfruttati in maniera utile nella riabilitazione dei traumi. L'azione di massaggio e di rilassamento sull'apparato muscolare, la riduzione di edemi e versamenti traumatici, l'azione decontratturante, la sostanziale atraumaticità dei movimenti dovuta al minore impatto, l'aumento della mobilità articolare e la diminuzione delle rigidità, il miglioramento della circolazione locale, la riduzione del carico, la possibilità di mobilizzazione precoce con i conseguenti effetti a livello fisico e psicologico, sono tra i benefici che il lavoro in acqua offre allo sportivo infortunato. Si pu˜ affermare con relativa sicurezza che svantaggi e controindicazioni sono veramente trascurabili (presenza di ferite aperte, relativa aspecificità dell'attività, uso indiscriminato della metodica).

E' importante comunque avere ben presente i presupposti fisiologici e biomeccanici dell'esercizio fisico in acqua. In particolare occorre tenere conto degli adattamenti dei principali apparati quali 1'apparato locomotore (situazione di "scarico", minore velocità dei movimenti per la resistenza del fluido ), cardiovascolare (miglior ritorno venoso, aumento della pressione venosa centrale, maggior riempimento atriale, ridistribuzione del flusso sanguigno ("blood shift" toracico e cefalico), ipervolemia centrale con aumento della gittata sistolica e cardiaca), respiratorio (volumi polmonari statici diminuiti, maggior aumento della frequenza respiratoria in situazioni di aumentata richiesta metabolica ), renale (aumento della diuresi e della natriuresi). Per quanto riguarda le risposte metaboliche ed i principali aspetti fisiologici nell'esercizio fisico in acqua, sono particolarmente interessanti le conclusioni di alcuni lavori dove sono state studiate le modificazioni di alcuni parametri (frequenza cardiaca, consumo di ossigeno, accumulo di lattato) durante attività di corsa e ciclismo in acqua (n genere all'altezza del collo) confrontate con le stesse attività (ovviamente con gli stessi soggetti ) svolte in ambiente terrestre. E' chiaro che, proprio per le caratteristiche citate in precedenza che differenziano 1'ambiente acquatico da quello terrestre, le attività di corsa, ciclismo, ed in generale tutti i movimenti in acqua non possono essere considerati esattamente sovrapponibili dal punto di vista biomeccanico, e probabilmente molti degli adattamenti riscontrati dipendono da queste differenze. In generale, gran parte di queste ricerche, effettuate con varie tipologie di soggetti (allenati, non allenati, addestrati o meno al lavoro in acqua, etc.) e in varie condizioni (con giubbotti galleggianti o senza), concordano nei risultati, che presentano valori diminuiti, in uno sforzo massimale, di VO2max e di frequenza cardiaca massimale nella corsa in immersione al collo rispetto a quella sulla terraferma su nastro trasportatore; nell'esercizio su cicloergometro invece sono stati riscontrati valori pressochè simili di VO2max ma valori diminuiti di Fcmax tra sforzo effettuato fuori e dentro 1'acqua; minori differenze sono state riscontrate durante sforzi submassimali. Risultati contraddittori e non sempre concordanti sono stati riscontrati nel picco di lattato, ed in generale nei valori di lattacidemia: in questo caso è stato ipotizzato un ruolo importante delle catecolamine, la cui attività può essere alterata dal lavoro in acqua. In conclusione, le cause di queste differenze, soprattutto per quanto riguarda la corsa in acqua, sono da imputare principalmente alla diversa muscolatura attiva e al diverso modello di reclutamento muscolare nel lavoro in acqua, che provoca tra 1'altro una ridotta frequenza del passo (o una ridotta ampiezza a paritˆ di sequenza, mentre il VO2 calcolato per ogni singolo passo risultato maggiore nell'attivitˆ in acqua); queste differenze sono dovute alla resistenza del mezzo ( maggiore viscosità ed attrito) ed alla situazione antigravitaria del lavoro in acqua, e alle conseguenze di questa situazione su equilibrio, stabilità, impegno muscolare. Studi sulle differenze di VO2max e di Fcmax rilevate nel corso di esercizi submassimali effettuati dentro e fuori dall'acqua hanno riportato risultati non omogenei, imputabili alla diversa qualificazione e preparazione per 1' attività specifica dei soggetti indagati; in generale, le differenze tra i due tipi di lavoro in relazione ai parametri misurati sono meno rilevanti rispetto a quelle nel corso di esercizi massimali. Per quanto concerne gli effetti allenanti del 1avoro in acqua (corsa, ciclismo) rispetto a quello fuori dall'acqua, sembra che non vi siano, dal punto di vista degli adattamenti cardiovascolari e respiratori, differenze significative tra i diversi programmi di allenamento (fuori e dentro l'acqua); è interessante notare che alcuni autori hanno proposto una frequenza cardiaca inferiore di circa 10-12 battiti al minuto nel lavoro in acqua rispetto a quello fuori per produrre adattamenti simili. Ulteriori modificazioni possono aversi con il variare della temperatura dell'acqua, con i conseguenti adattamenti cardiocircolatori soprattutto a livello periferico (vasocostrizione o vasodilatazione, rispettivamente in condizioni di temperatura più bassa o più alta); in generale, una temperatura tra i 25 e i 28 gradi è considerata accettabile e non particolarmente influente per lavori di media ed alta intensità, mentre nel recupero la temperatura dovrebbe innalzarsi. Studi recenti hanno analizzato anche l'attività motoria in acqua (corsa, attività con attrezzi) dal punto di vista biomeccanico, utilizzando elettromiografie di superficie ed altre attrezzature specifiche (sensori, etc.), ed evidenziando le differenze del lavoro e della contrazione muscolare rispetto al lavoro terrestre. In particolare, sono rimarcabili le differenze riscontrate, a parità di movimento, nell'impegno della muscolatura agonista ed antagonista; nel reclutamento dei vari gruppi muscolari ( ad esempio, nel movimento di camminata in acqua c'è un impegno decisamente superiore del grande gluteo e del bicipite femorale rispetto alla camminata a terra e diversi tempi di appoggio del piede ); nell'utilizzo di vortici e resistenze applicando attrezzature specifiche agli arti; nella escursione delle principali articolazioni ( anca, ginocchio e caviglia) con conseguenze anche dal punto di vista muscolare, nel movimento di corsa in acqua alta nelle varie posizioni ed inclinazioni del tronco. E' importante ricordare che, come in ogni programma riabilitativo, anche nella rieducazione funzionale in acqua occorre individualizzare i protocolli di lavoro in base alle caratteristiche del paziente, all'attività specifica, al livello di qualificazione, agli obiettivi a breve e lunga scadenza, al tipo ed all'entità della patologia; occorrerà inoltre tenere conto del grado di acquaticità e di familiarità con l'attività motoria in acqua e delle caratteristiche dell'impianto. Occorre inoltre che gli operatori siano esperti dell'attività specifica e delle caratteristiche del movimento acquatico.

I protocolli prevedono diversi tipi di esercitazioni, con molteplici finalità (di rilassamento e allungamento, di mobilizzazione, di stimolazione della propriocettività, di tonificazione e potenziamento della muscolatura, di sviluppo della mobilità articolare, di condizionamento organico, etc.). Vi sono esercizi che possono essere effettuati in acqua alta (con l'ausilio di giubbotti galleggianti e/o tubi), altri in acqua bassa; alcuni prevedono l'utilizzo di attrezzi più o meno specifici come tavole e tavolette di varia grandezza, da utilizzare in diverse posizioni, bracciali, collari, pinne, manubri, cavigliere, etc.; in alcuni casi può essere utile che il riabilitatore scenda in acqua con l'atleta per supportarlo in alcune esercitazioni. Si possono anche effettuare esercitazioni di nuoto, ma consigliamo di verificare la posizione e l'esecuzione del gesto tecnico; spesso l'atleta, non essendo esperto dell'attività, non effettua il movimento in maniera corretta, per cui non è rilassato e questo può essere addirittura controproducente. Abbiamo avuto occasione di utilizzare questa metodica in diverse occasioni in giocatori di basket infortunati, con risultati spesso decisamente positivi; ovviamente l'attività deve essere effettuata in sinergia con le altre metodiche terapeutiche e riabilitative ( fisioterapiche, farmacologiche, etc.). I protocolli utilizzati, pur avendo delle basi comuni di lavoro, sono stati individualizzati in base alla situazione e alle caratteristiche dell'atleta infortunato e al tipo di infortunio subito.

 

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