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La “dieta a Zona” può essere
vantaggiosa per chi pratica il BASKET?
Di questo nuovo modo di nutrirsi
– messo a punto da un americano, Barry Sears – si è parlato
molto in questi ultimi anni. In Italia sono stati pubblicati
vari libri, tra cui tre dello stesso Barry Sears. Quello più
adatto alle abitudini del nostro paese, per di più di lettura
molto facile, è però l’ultimo uscito, “La Zona italiana”, di
Gigliola Braga (Sperling & Kupfer editori, Milano, 272 pagine,
15 euro) è anche quello la cui lettura è più rapida e più
facile.
Ma quali caratteristiche ha la
“dieta a Zona”?
La prima è che essa esige che in
ciò che si mangia vi sia un rapporto costante fra i tre
macronutrienti, precisamente il 40% per i carboidrati, il 30%
per le proteine e il 30% per i grassi; è per questo motivo che
viene anche chiamata “dieta 40-30-30”. Si tratta di percentuali
che sono un po’ differenti da quelle della dietologia classica;
essa, infatti, consiglia quantità più elevate per i carboidrati
(anche oltre il 60%) e più basse per i grassi (anche meno del
15%). La “zona” richiede, inoltre, che, pur con una piccola
tolleranza, queste percentuali siano assolutamente rispettate ad
ogni pasto, quando al contrario – sempre secondo le regole
nutritive tradizionali - queste percentuali sono di solito
riferite agli introiti dell’intera giornata.
Lo scopo della “dieta a Zona”,
del resto, è quello di influire attraverso i cibi sullo stato
ormonale. E’ quello, in altre parole, di fare sì che i tassi di
ormoni siano sempre in certi ambiti, quelli più favorevoli per
l’organismo. E questo può essere ottenuto soltanto mangiando
ogni volta certe quantità dei diversi nutrienti.
Secondo Sears, un’alimentazione
di questo tipo può determinare un numero considerevole di
benefici: fa dimagrire (se si ha grasso superfluo); migliora le
prestazioni fisiche; previene le malattie del cuore e quelle
tumorali; consente di vivere più a lungo; e così via.
Sembrerebbe troppo perché sia vero. Le premesse razionali, però,
ci sono tutte. Di sicuro nelle ultime tre Olimpiadi, molti
atleti americani fra quelli che hanno vinto medaglie dei vari
metalli hanno seguito proprio la “dieta a Zona”. Lo hanno fatto
anche vari primatisti mondiali di atletica, per esempio quelli
dei 100 metri Leroy Burrell (il vecchio detentore) e Maurice
Greene (l’attuale); quello dei 400 metri con ostacoli (Kevin
Young); e quello del salto in lungo (Mike Powell). Ha seguito i
principi della “Zona” anche Marie-José Perec, vincitrice delle
Olimpiadi nei 200 e nei 400 metri.
Fra le altre sue caratteristiche,
la “Zona” prevede che siano compiuti almeno cinque pasti
quotidiani, vale a dire la prima colazione, il pranzo, la cena e
due spuntini, in genere collocati a metà pomeriggio e la sera,
prima di coricarsi. Già questo può far nascere qualche problema
a chi è abituato a nutrirsi solo due volte il giorno, a
mezzogiorno e la sera. Ma, in genere – per lo meno per quella
che è la mia esperienza – anche chi lavora lontano da casa
riesce, nel giro di poco tempo e senza grosse difficoltà, a
inserire nelle sue abitudini una buona prima colazione, una
merenda a metà pomeriggio e un piccolo pasto verso le 22.
Più difficile può risultare
qualche volta il rispetto del rapporto 40-30-30. Nei pasti
principali questo può essere ottenuto eliminando – o riducendo
molto nelle quantità - i primi tradizionali, a base di pasta o
di riso, e prendendo, per esempio, una discreta porzione di
carne o di pesce accompagnata da poco pane e da tre tipi di
verdura condita con olio extravergine d’oliva.
Talvolta un po’ meno semplice, per lo meno inizialmente, è
rimanere “in Zona” nella prima colazione, sempre facendo
riferimento alle abitudini italiane; in essa, però, si può
assumere un alimento proteico (per esempio bresaola, prosciutto
crudo magro, formaggio) con una quantità minima di grissini o
cracker. Gli spuntini possono essere costituiti da barrette o da
latte o yogurt con aggiunta di proteine in polvere (e anche
questo non rientra certamente negli schemi tradizionali del
nostro Paese…).
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