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Come preparatore fisico,
ogni volta che mi trovo a lavorare con un nuovo atleta, cerco
innanzitutto di capire quali sono i suoi punti deboli.
Una volta pensavo che far
alzare più chili, saltare qualche centimetro in più o far
correre qualche decimo di secondo in meno, fosse sinonimo di
qualità del lavoro fisico che proponevo, ma mi sono reso conto e
fortunatamente senza farmi troppi nemici, che anche per il mio
lavoro, il termine di giudizio sulla prestazione dell’atleta era
il campo, la partita. Per migliorare questo, avevo bisogno
soprattutto di atleti sani ed efficienti e che solo in questo caso
riuscivano a dare quantità e qualità al lavoro tecnico-fisico.
Se l’allenatore aveva a disposizione atleti poco pronti a
sopportare i normali carichi di lavoro, era impossibile sviluppare
il suo programma tecnico e veniva completamente annullato il
programma di lavoro fisico. Si continuava a rincorrere lo stato di
salute per l’intera stagione ed il mio lavoro si trasformava da
preparatore fisico a riabilitatore psico-fisico. Ho iniziato così
a rivedere il mio approccio alla programmazione del lavoro e di
conseguenza ad affinare i metodi di valutazione. Quando l’atleta
è un giovane, cerco di capire qual è la sua capacità di
sostenere gradualmente dei carichi crescenti di lavoro (tecnico e
fisico), mentre se è un adulto, cerco di vedere se esistono delle
limitazioni funzionali che possono, se trascurate, creare periodi
d’inattività o di diminuzione dell’efficienza fisica.
Migliorare le qualità che sono indispensabili per il nostro
sport, come l’esplosività, la reattività e la rapidità, è il
secondo obiettivo del mio lavoro, cercando di progettare tempi e
metodi idonei, con percorsi adatti. Come vedremo però, la
valutazione iniziale, il primo test che eseguo, sia per il giovane
che per l’adulto, è lo stesso, poiché ritengo che la base del
livello d’allenabilità dell’atleta, sia il suo stato di
funzionalità. Cercando in bibliografia la definizione di
funzionalità, vediamo come molti autori, sono in accordo nel
definirla una somma di diverse qualità:
•
la mobilità articolare e la
flessibilità muscolare;
•
la capacità di
stabilizzazione muscolare;
•
l’equilibrio;
•
la
coordinazione;
Ecco perché queste
qualità non sono valutate separatamente, ma insieme, con l’esecuzione
di alcune semplici azioni, dove il carico è costituito dalle
proprie leve corporee e dalla forza di gravità.
Per chiarire, è come se
valutassimo la consistenza della meccanica, della carrozzeria e
della tenuta della nostra auto, prima di spingerla al massimo per
verificarne la potenza della cilindrata.
Il test che vedremo, è
stato sviluppato da un’esperienza personale di ricerca, che è
nata dall’elaborazione di uno strumento di valutazione simile,
usato nelle scuole di maestria sportiva, dai pesisti dell’est.
Il confronto con ortopedici, posturologi ed osteopati, con i quali
in questi anni ho avuto la fortuna di lavorare, mi ha permesso di
elaborare l’idea e di affinare questo strumento, rendendolo,
spero, estremamente pratico e semplice da usare per un preparatore
fisico. Mi rendo altresì conto, che è un test in continua
evoluzione, infatti, cerco di aggiornarlo di particolari, in base
alle nuove conoscenze che riesco ad acquisire.
Il movimento base che
viene richiesto nel test è lo squat, in pratica il piegamento e l’estensione
delle gambe dalla stazione eretta. La scelta è ricaduta su quest’azione,
perché è quella maggiormente ripetuta nelle azioni tecniche,
perché è poliarticolare, sicura, facile da eseguire e da far
ripetere, ma soprattutto perché è l’azione principale che il
nostro corpo compie, per vincere la gravità e mantenere la
posizione eretta. A quest’azione di base saranno aggiunte in
sequenza delle posizioni degli arti superiori, studiate
appositamente, che faranno aumentare gradualmente il carico a
livello addominale e lombare, rendendo così la stabilizzazione
del bacino sempre più difficile. In seguito si valuterà il
comportamento del tratto toracico del dorso e dell’articolazione
scapolo omerale. Questo test valuta globalmente il comportamento
delle catene cinetiche del nostro corpo, l’efficienza neuro
muscolare e la flessibilità dinamica. Dai vari adattamenti che il
corpo compierà nell’eseguire le posizioni ed i movimenti
richiesti, il preparatore fisico potrà ricavare delle importanti
informazioni su squilibri muscolari, limitazioni articolari ecc.
sulle quali poter fare delle ulteriori indagini o come indicazioni
da utilizzare nel programmare il lavoro dell’atleta.
Come si esegue
L’atleta scalzo ed a
torso nudo, deve eseguire 5 posizioni con la seguente modalità
esecutiva:
1.
Ogni posizione viene ripetuta almeno 4 volte con l’esaminatore
che osserva dalle quattro direzioni, frontale, dorsale laterale
destra e sinistra;
2.
L’esecuzione dei piegamenti sulle gambe deve essere lenta e
controllata;
3.
Se richiesto si deve fermare mantenendo la posizione ed il
controllo;
4.
Deve respirare normalmente;





Come ho anticipato, le 5
posizioni sono state pensate per inserire con gradualità le
articolazioni da analizzare, l’azione dei diversi gruppi
muscolari e quindi il livello di difficoltà. Questo permette di
rendere più semplice l’analisi del test, che essendo un test a
lettura soggettiva e non legato a riscontri numerici, ha bisogno
di grande attenzione ed esperienza.
Gli errori sopra elencati
sono solo i più semplici e più facilmente visibili. Solitamente
gli errori si sommano ed è quindi a discrezione dell’esaminatore
capire quali adattamenti sono in corso e qual è stata la causa.
Se ad esempio nella prima posizione, la più semplice, dove si
testano soprattutto caviglie ginocchia ed anche, poiché il dorso
ed il tratto lombare sono facilmente stabilizzati dalla posizione
delle braccia, vediamo che l’atleta tende a sollevare le
caviglie dal suolo, potremmo essere di fronte ad una rigidità del
soleo o del gastrocnemio.

Ma se solleva solo una
caviglia, potrebbe esserci un blocco di tibio-astragalica dovuto a
qualche vecchia distorsione mal curata. Se le ginocchia tendono a
chiudersi all’interno, ci potrebbe essere debolezza a livello di
medio e grande gluteo, che se accompagnata da un’ipotonia del
vasto mediale creerà uno stress laterale di rotula, ogni volta
che l’atleta piega le ginocchia. Questa situazione, se
trascurata, può creare delle tendinopatie o peggio, problemi
cartilaginei. Se testiamo un pallavolista,
il mantenimento della
posizione delle braccia e delle spalle nella quarta e quinta
posizione, ci può essere d’aiuto, per valutare grossolanamente
lo stato di funzionalità dei muscoli extrarotatori delle spalle,
degli stabilizzatori delle scapole e del gran dorsale. Questi sono
solo alcuni esempi, di quali e quante informazioni il preparatore
fisico può ricavare da questo semplice test. Sono convinto che
valutare la funzionalità non sia facile e soprattutto non sia
così immediato capire la causa del problema, se è di natura
articolare, fasciale, di stabilità muscolare o di coordinazione.
L’analisi e la diagnosi possono sembrare complesse, ma sono
altresì certo che anche solo il rilevamento degli errori più
semplici, può essere di grande aiuto al preparatore fisico, per
ridurre il numero degli errori che possono essere effettuati nella
scelta delle esercitazioni da compiere.
Solitamente le zone che
presentano riduzione della stabilità sono le ginocchia, il bacino
e le spalle, che compensano una riduzione della mobilità delle
caviglie, delle anche e del tratto dorsale della colonna
vertebrale. Questo dimostra ulteriormente come il nostro corpo
utilizzi delle catene cinetiche, ed è per questo che l’analisi
della funzionalità dell’atleta deve essere prima globale e poi
analitica.
Le qualità di forza e di
esplosività possono essere meglio espresse dall’atleta se
questo possiede una buona capacità di stabilizzare i vari
segmenti ossei. Questo permetterà una miglior coordinazione
intermuscolare, oltre che intramuscolare. Una buona flessibilità
dinamica rende il gesto atletico più economico migliorando il
rendimento dell’atleta. Ecco perché, credo fermamente che la
valutazione della funzionalità sia fondamentale nella fase
iniziale di programmazione del lavoro atletico e che le
indicazioni che se ne traggono siano importanti, non solo per la
ricerca utopistica di un "atleta ideale", ma perché
trascurando questi particolari, rischieremo di far intraprendere
ai nostri atleti dei percorsi assolutamente non idonei oltre che
rischiosi. |