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Finalmente, dopo tanti anni di
pettegolezzi e di ipocrisie gli allenatori sbottano mandando al
diavolo in un sol colpo quell’etica, assai opinabile, per la quale:
nessun collega deve essere giudicato male da un altro. Anzi mi
correggo, chissà se c’è mai stata di fatto questa etica. Ormai ci
sono migliaia di allenatori in tutta l’Italia e crescono sempre più
di anno in anno, le panchine restano le stesse ed è naturale che si
possa creare competizione. In un sistema economico, poi, basato
proprio sul libero mercato è altrettanto ovvio che ognuno si
industria come può, evitando però di sconfinare nello scorretto.
L’episodio sul quale si è
inscenato il caso di Luglio, mi riferisco all’ingaggio di un
allenatore non giovanissimo e forse con un pizzico di conoscenza in
meno del campionato di C1 rispetto ad altri suoi colleghi più
giovani, Elio Annunziato, ha finalmente scoperchiato il pentolone di
un settore nel quale da anni ormai, sempre sottovoce, un allenatore
parla male dell’altro. Assolutamente non è una regola ma ho notato
che va assai di moda.
Intendiamoci Annunziato, che stimo
come allenatore soprattutto per il suo passato in panchina, in questo
editoriale è solo lo spunto, la goccia che ha fatto traboccare il
vaso di un malcontento dei tecnici che registriamo da un decennio
probabilmente. E meno male che sia venuto fuori, perché in questo
modo, al termine delle ferie estive, i vertici del CNA avranno la
possibilità di trovare la soluzione al fine di eliminare questo forte
malumore che c’è all’interno della propria categoria a livello
regionale.
L’idea positiva di ristrutturare i
corsi, preparando in maniera più analitica, l’aspirante allenatore
è stato un passo in avanti notevole tenendo conto anche della
lentezza con la quale si procede. Così facendo però si sono toccati
solo i ragazzi, assolutamente non privi di responsabilità di questa
crisi. Apro una parentesi ricordando ai nostri lettori quante volte
abbiamo consigliato ai giovani coaches di lamentarsi e parlare di meno
ed essere più umili. Ma in questa sede mi sento di spezzare una
lancia in favore della nuova generazione di allenatori. E dài che lo
sappiamo tutti, giù la maschera: gli allenatori, non tutti per carità,
più aumentano il loro bagaglio di esperienza meno decidono di
aggiornarsi. I clinic sono deserti, anche di giovani è vero, ma chi
dovrebbe dar loro il buon esempio? La pallacanestro cambia di minuto
in minuto e i trofei vinti dieci anni prima non possono essere bissati
con lo stesso metodo. Ci sono navigati tecnici che vanno in palestra
ad allenare con la camicia ed il jeans e guidano squadre competitive
anche di A2 femminile che
è la cosa più dannosa per il movimento. Nella mia mediocre carriera
di giocatore è stato frequente trovare allenatori navigati in declino
che non sapendo con chi prendersela accusavano giocatori, arbitri e
dirigenti quasi come a voler dire “Io sono Tizio ed ho fatto questo
questo e questo siete voi che non sapete giocare o dirigere”. Più
difficile trovare questo fenomeno nei giovani. Ma perché poi questi
‘esperti’ non riescono a raccogliere più gli stessi risultati di
poche stagioni addietro? Io non rispondo vi rimando al maestro Ettore
Messina che dopo aver dominato con un gioco in Europa con Danilovic e
soci ha dovuto modificare il proprio schema di concepire il basket
prima di tornare a sedere sul tetto del vecchio Continente. Questa
significa umilità e questi sono gli allenatori: persone che non si
lamentano mai del materiale umano a propria disposizione, che
trasformano chi era considerato un brocco in un buon giocatore e che
danno a quella squadra il gioco a lei più congeniale senza
personalismi o come sento dire ‘marchi di fabbrica’.
Poi vorrei chiamare in causa il
presidente del CNA regionale per pregargli di intervenire e mettere
fine a questa ‘scissione’ inguardabile tra guelfi (giovani
coaches) e ghibellini (coach navigati) del 21esimo secolo tirando,
figuratamente, le orecchie nuovamente ai presunti allenatori esperti
che vista la loro tanto citata carriera (che non perdono mai occasione
di narrare soprattutto quando è presente un dirigente) dovrebbero
trovare gli argomenti giusti per un accordo con le nuove leve. Perché,
parliamoci chiaro, viene il momento del tramonto per chiunque anche
per coloro che non vogliono rassegnarsi i quali, erroneamente, per
restare a galla un secondo di più bocciano l’operato dei giovani
biecamente. Continuo con ‘lo spezzare la lancia in favore dei
tecnici più verdi’ riprendendo il discorso della riforma
sopracitata che aumenta il percorso formativo dell’aspirante coach,
giustissimo. Ma allora perché accanto a questa ottima soluzione non
se ne applica anche un’altra del tipo: se in due anni non si seguono
un numero tot di clinic organizzati in quella Provincia si retrocede,
per esempio, da allenatore nazionale ad allenatore? Sarebbe uno
stimolo niente male per coloro che hanno resistito ai corsi tanto
citati di Bormio. Apro una parentesi anche qui. Gli esami o i corsi
che precedono la tessera di allenatore e allenatore nazionale non
possono trasformarsi, come sento dire da alcuni ‘sopravvissuti’ in
un clima di grandissima tensione creato dall’istruttore
(fortunatamente non tutti) troppo protagonista e con un eccessivo
potere decisionale di cui forse a volte ne abusa. Probabilmente, ma è
solo una ipotesi perché personalmente non ho fatto alcuno di questi
corsi o esami, l’acredine tra giovani e navigati allenatori nasce
proprio in questa fase sempre che le voci che mi arrivano sono
fondate. Tornando ai fatti di casa chiudo facendo il più grosso in
bocca al lupo ad Annunziato per il suo nuovo incarico a Marigliano.
Alla prossima
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