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NBA: Cuzzolin sbarca nell'Nba "Toronto è la mia nuova sfida"

Data: 28/10/2009 Fonte: La Gazzetta dello Sport

 
TORONTO (Canada), 27 ottobre 2009 - Alla vigilia del debutto nella stagione 2009/10 di Bargnani e Belinelli contro uno degli avversari peggiori che potevano capitare (i Cleveland Cavs di James e Shaq), abbiamo incontrato un altro italiano da poco trapiantato in Canada dove è stato ingaggiato dai Toronto Raptors per curare la preparazione fisica degli atleti della franchigia canadese. Francesco Cuzzolin, giudicato il migliore nel suo campo in Europa, dopo oltre vent’anni di esperienza nel vecchio continente ha lasciato la Benetton Treviso per immergersi in un mondo affascinante e difficile allo stesso tempo.


Come giudica la sua esperienza a Toronto finora?
"Super, anzi sinceramente anche oltre ogni previsione perché arrivando con metodi di lavoro diversi, con idee diverse per l’organizzazione e la gestione “off the court” come si dice, non era facile mettere tutto subito in pratica. Certo, è una realtà a me idonea perché abbiamo un terzo della squadra europeo, quindi con loro è molto semplice lavorare. E poi con i due giocatori italiani eravamo già in grande sintonia. Ho grande appoggio da parte dello staff tecnico, il capo allenatore ha grande esperienza e crede molto nell’organizzazione del lavoro, quindi sono molto soddisfatto. Ci sono ancora tante cose da sistemare, ma stiamo lavorando bene. La squadra è giovane e ha nove nuovi elementi. È solo quindi questione di tempo. Crediamo in quello che stiamo facendo".

Cosa l’ha spinta ad accettare questa nuova avventura?
"La vita è fatta di sfide, e questa era una cosa inaspettata, ma che non poteva essere tralasciata. Poi sono dell’idea che nella vita non si può vivere di rimpianti. Ero convintissimo che quella che poteva essere la mia credibilità in Italia e in Europa doveva essere messa in discussione. Ecco perché ho accettato a braccia aperte questa esperienza professionale e di vita. È arrivata in un momento della mia vita in cui potevo fare delle scelte, così l’ho voluta fare".

"Bargnani? Mi sento un po’ un fratello maggiore. Belinelli è un ragazzo eccezionale"

Avrebbe accettato comunque se si fosse trattato di andare a lavorare per una squadra Nba senza nessun collegamento italiano?
Io ho lavorato in Russia e in Lettonia. La necessità non è quella di avere giocatori europei, la necessità è quella di avere uno staff tecnico che crede nel supporto di un preparatore che lavori in diretto contatto con loro. Qui la mia definizione è assistant coach. Praticamente continuo a fare quello che ho fatto con D’Antoni, Messina, Obradovic, Blatt e con tutti gli allenatori europei con i quali ho collaborato. È un lavoro che mi permette di continuare a credere in quello che sto facendo. Quindi se fosse stato a Philadelphia, o a Detroit non era questione di giocatori. Logicamente le sfide sarebbero state un po’ più difficili e l’approccio un po’ più complesso, ma è questione di sentirsi accettato all’interno di uno staff tecnico".

Ci parli del suo rapporto con Andrea Bargnani.
"Con Andrea lavoriamo da sette anni, mi sento un po’ un fratello maggiore. Lavoriamo durante l’estate e c’è un rapporto professionale prima e di amicizia dopo che si è solidificato nel tempo".


I suoi margini di miglioramento dal punto di vista di fisico?
Ci sono, perché comunque Andrea ha una struttura non dotata fisicamente. E quindi tutto ciò che gli puoi dare è qualcosa che gli permette di migliorare. Noi lavoriamo sempre per essere competitivi al massimo, questo è ciò che voglio comunicargli. Andrea è un’arma tattica, che può giocare in diversi ruoli. Deve migliorare molto quella che è la sua forza e il suo centro di gravita’, perché deve difendere contro giocatori più pesanti di lui e più bassi di lui. È un lavoro che ha bisogno di tempo e speriamo che prima o poi i miglioramenti vengano fuori. Questo secondo me gli darebbe anche un grosso vantaggio dal punto di vista della sua aggressività. Una volta che senti che fisicamente riesci ad avere urto, riesci ad avere impatto hai un approccio diverso. Gli esercizi adatti sono tutti quelli che gli permettono di lavorare su un centro di gravità più basso rispetto a quello che utilizza adesso".

Come ha trovato invece Marco Belinelli?
"Marco deve un po’ cancellare la seconda parte della sua ultima stagione che lo ha portato a perdere un po’ di condizione. Quest’estate ha giocato con la nazionale e ha anche lavorato per rimettersi in forma. Non è ancora nella ‘top shape’ che io vorrei avere da lui per essere competitivo a questi livelli. Ecco perché anche sabato, giornata libera, ci siamo trovati in palestra ad allenarci. Marco lo conosco da quando lavoravo allo Virtus e lui era con i cadetti ed è un ragazzo eccezionale".

I giocatori americani sono disponibili a seguire i suoi metodi?
"Sono positivamente sorpreso dalla disponibilità e professionalità che ha dimostrato Chris Bosh. Mi aspettavo magari una superstar un po’ da gestire, invece è un ragazzo di un’umiltà unica ed è un esempio, e lo dico ricredendomi, per tutti i giocatori americani che abbiamo. Spero soprattutto che i nuovi innesti lo seguano praticamente. Ha avuto questo infortunio appena prima del training camp, ma da quando si allena con la squadra ha dimostrato grande leadership, una leadership per nulla regalata ma che lui si guadagna ogni giorno".


DeMar DeRozan sembra un “animale” atleticamente.
"Per me è un legno acerbo, è tutto da inventare. Dal punto di vista atletico ha tantissimo da migliorare, ha un grandissimo potenziale, ma anche molti lati deboli, è un ragazzino e non ha ancora una solidità fisica così importante da poter aumentare i carichi in maniera esponenziale. Stiamo lavorando tantissimo, è un altro ragazzo con tanta disponibilità, bisogna essere bravi a tenerlo al riparo perché è molto giovane, anche dal punto di vista fisico e atletico. Però è un bell’innesto e una bellissima persona".

Chi è il giocatore che le ha dato maggiori soddisfazioni in tutti questi anni?
"Se faccio un nome soltanto, deluderei tanti altri. In ogni squadra, in ogni momento ho avuto un giocatore che ha apprezzato il mio lavoro. Qui ho Andrea ad esempio, ma la lista è molto lunga. Tra gli italiani potei fare un elenco, da Soragna a Mordente a Bulleri che per mille motivi mi hanno dato tante soddisfazioni. Posso dirti anche Maresca, un giocatore che ha avuto un gravissimo infortunio. Abbiamo lavorato insieme quasi un anno e mezzo, praticamente congelati mentre la sua carriera era quasi stata messa a repentaglio. Siamo riusciti a venirne fuori e adesso vederlo giocare per me è una grande gioia. Un altro è Manu Ginobili".

In una stagione Nba da 82 partite, si riesce a lavorare anche durante l’anno e soprattutto cosa si può fare per prevenire gli infortuni?
"Prevenzione e condizionamento vanno parallelamente, non sono due mondi diversi. Noi lavoriamo per cercare di essere competitivi e sopportare certi carichi di lavoro agonistici. Logicamente 82 partite comportano un periodo di tempo molto ristretto. E tra viaggi e allenamenti sono dell’idea che avendo poco tempo bisogna lavorare molto meglio. La qualità di quello che facciamo è fondamentale. I giocatori devono lavorare anche durante la stagione sull’aspetto fisico. Certo, in relazione al minutaggio che hanno, ci vuole un volume di lavoro diverso. Bisogna differenziare il lavoro il più possibile proprio per questo motivo".


Capitolo steroidi. Mark Cuban ha fatto discutere in questi giorni per una sua dichiarazione in merito al possibile uso degli steroidi per guarire dagli infortuni. Lei che opinione ha?
"Ho letto quelle dichiarazioni. Dico solo che forse quello che lui ha detto è stato un po’ manipolato. Perché ci sono delle medicazioni che contengono steroidi e che vengono prescritte dai medici, ma io sono dell’idea che non si può generalizzare e quando si parla di queste cose bisogna avere una specifica nozione di causa. Detta così come è stata riportata dai giornali, può essere fraintesa nella maniera più pericolosa possibile. Questa è l’unica cosa che mi permetto di dire: affrontare l’argomento steroidi con superficialità è una cosa rischiosissima perché ci sono molti praticanti che potrebbero fraintendere. Ripeto, ci sono strutture, ci sono medici che hanno la competenza giusta per poter prescrivere questa tipologia di farmaco e di medicamento. Ma dirlo che può essere usato con facilità per…. è sbagliato. Tutto qua".

LeBron James è convinto che non esista un problema steroidi nella Nba.
"Ma lui è talmente forte che non ne avrebbe sicuramente bisogno. Battuta a parte, nel basket sono dell’idea che non serva. Le tue abilita’ fanno la differenza. Tu puoi essere uno che fisicamente non è un gigante e avere talmente tali abilità che ti permettono di arrivare molto in alto. In alcune discipline puo’ fare la differenza quando il peso fisico e la potenza sono elementi chiave, come per chi gioca nella defensive line del football americano, oppure nell’atletica dove hai un gesto unico da compiere. Nella pallacanestro secondo me è la cosa più stupida, perché i rischi che tu corri per ottenere quel risultato non vanno a compensare quelle che sono le soddisfazioni che tu puoi avere migliorando le tue abilità tecniche. Quindi perchè farlo? Non diventi un campione nella pallacanestro se pesi cinque chili o dieci chili in più".

Adriana Galimberti


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