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Questo articolo è tratto dalla
lezione tenuta al Clinic Minibasket di Riccione.
Avevo terminato la relazione del
2002, a cui non ho potuto partecipare, con l'affermazione
provocatoria di S.M. EJZEZESTEIN:
"non si può insegnare, si può
soltanto imparare".
Potrebbe sembrare un paradosso e,
soprattutto, la negazione di tutto quanto è stato scritto sul
rapporto insegnamento - apprendimento.
Secondo me, invece, questo è
l'assunto fondamentale che celebra la verità della dialettica
istruttore - allievo: ogni individuo percepisce, comprende,
elabora stimoli e quindi realizza comportamenti motori, in forma
assolutamente individuale ed originale.
Non è una novità pedagogica
questa, anzi, è ormai divenuta una corrente di pensiero
condivisa e sostenuta da molti autori, che però, a mio parere,
nelle palestre e nei campi sportivi non trova, ancora, reale
applicazione.
L'istruttore dovrebbe essere
colui che inventa strategia didattiche, fornisce feed-back
informativi e correttivi ed elabora una varietà di situazioni di
apprendimento sulla base delle proprie conoscenze e,
soprattutto, sulla realizzazione dei compiti motori da parte
degli allievi.
Affinchè ogni allievo esprima il
più compiutamente possibile la propria motricità, e crei cos“ le
premesse per l'acquisizione successiva di abilità, è opportuno
che venga realizzato il principio pedagogico dell'insegnamento
individualizzato, quale migliore occasione di apprendimento e
miglioramento.
Situazione didattica non
semplice, con tanti bambini in palestra, complicata
ulteriormente da tutta una serie di fattori, tra i quali vorrei
evidenziare la capacità reale di discriminare, da parte
dell'istruttore, le cause dell'errore motorio dei singoli
allievi e le relative opportune correzioni.
Con queste premesse appare
comprensibile come l'insegnante poco " talentuoso", in possesso
di conoscenze limitate all'ambito tecnico e tattico, forse non
sempre motivato e orientato al compito, prediliga da subito
l'insegnamento dei fondamentali, magari anche in forma analitica
e utilizzando il metodo del comando.
Il risultato di questo tipo di
"addestramento" è uno stereotipo di gesti tecnici, spesso anche
eseguiti correttamente dal punto di vista biomeccanico, ma
sviluppati in un contesto ben diverso, avulso, "lontano" da
quello che è il gioco.
L'istruttore deve essere
consapevole che l'obiettivo fondamentale del suo insegnamento è
il gioco, che è la fonte primaria di apprendimento per
l'allievo.
La tecnica rappresenta solo il
mezzo, lo strumento utilizzato per giocare,
Sono sicuro che non basti saper
maneggiare bene il fucile per diventare buoni cacciatori.
Le indicazioni metodologiche che
vogliono prima lo sviluppo delle capacità coordinative, poi
quello delle capacità condizionali, successivamente
l'apprendimento della tecnica, quindi quello della tattica per
arrivare all'espressione della gara, funzionano negli sport
individuali, dove la precisione del gesto, sostenuta da
presupposti funzionali e strutturali decide dell'esito della
performance.
Negli sport di squadra, il
risultato non è determinato unicamente dalla somma dei
rendimenti individuali, ma è frutto di una serie infinita di
gestioni della situazione che devono essere chiari a tutti gli
atleti e da loro condivisi.
Nelle fasce d'età che prendiamo
in considerazione, la gestione della situazione implica
soprattutto fattori emozionali e di interrelazione che, se
l'istruttore non sa individuare, comprendere e aiutare a
gestire, lo escluderanno di fatto dal gioco dei suoi allievi.
Il miglioramento dell'utilizzo
del mezzo (i fondamentali) nasce e si sviluppa dalle accresciute
capacità tattiche, proprie e degli avversari, che sollecitano il
possesso di migliori, più raffinati o addirittura nuovi
strumenti tecnici.
L'accrescimento delle capacità
tattiche, tuttavia, deriva solamente dal gioco e dalle forme di
allenamento che sviluppano situazioni simili ad esso.
Si impara a giocare giocando,
cos“ come si impara a camminare camminando; a nessuna madre
verrebbe in mente di insegnare al suo bambino, prima, quanto
deve essere lungo il passo o come dovrà appoggiare il piede.
Il cammino su una superficie pur
rigida, sicura e sufficientemente larga, posta però ad una certa
altezza dal suolo, differisce notevolmente dal cammino in riva
al mare, solo perchè varia il contesto in cui ci si trova ad
agire.
Mi pare di poter affermare,
quindi, che prima i bambini impareranno a valutare, adeguarsi e
modificare il contesto in cui si trovare ad agire, cioè il
gioco, che lo ricordo, resta l'obiettivo pedagogico primario,
meglio sapranno utilizzare gli strumenti tecnici che ad esso
appartengono.
E' necessario ridefinire la
successione degli stadi di acquisizione delle Abilità Motorie,
il classico:
* COSA
* COME
* QUANDO e PERCHE'
dovrà essere riconsiderato in
funzione di una interazione dinamica, ma sullo stesso piano, dei
tre aspetti, il cui fulcro centrale sia dato dallo stadio
autonomo, sostenuto ed integrato dai momenti cognitivo e
aggregativi, e cioè:
COSA - QUANDO e PERCHE' - COME
Restano validi i dettami della
progressione didattica che recitano:
* Dal facile al difficile
* Dal semplice al complesso
* Dal noto all'ignoto
con l'avvertenza di non
irrigidire sempre e comunque gli insegnamenti entro i dettami di
queste sequenze. Capita infatti, soprattutto sotto l'aspetto
tattico, che alcune situazioni complesse si presentino
inaspettate, anticipandone altre più semplici.
Ad esse, comunque, l'istruttore
deve essere in grado di offrire riposte e commenti,
utilizzandole come fonte di ulteriori apprendimenti da parte dei
suoi allievi.
Una recente ricerca di N. Tocci e
P. Scibinetti, pubblicata in SdS, dal titolo "Essere creativi è
utile?" , mette in risalto, tra l'altro, che:
* "le esperienze offerte
dall'ambiente hanno influenza sullo sviluppo della creatività"
* "in ambito motorio e sportivo
(soprattutto nelle discipline open skill) la varietà dei
materiali e delle condizioni svolge il doppio ruolo di
incrementare l'aspetto tecnico e l'aspetto creativo del
movimento"
* "la flessibilità e
l'originalità della risposta motoria andrebbero sperimentate ed
educate al di là delle abilità tecniche".
Mi sembrano ulteriori ed
esaurienti indicazioni sulla prevalenza che la situazione
pedagogica gioco debba avere su quella dei fondamentali.
Il fatto che la situazione
didattica possa non essere semplice, come dicevo prima, non
esime l'istruttore dal trovare un metodo, dal saperlo modificare
adattandolo alla realtà fisica, di apprendimento e di
interrelazione dei suoi allievi, utilizzando l'osservazione
della realtà che si manifesta davanti ai suoi occhi e di cui
anch'egli è partecipe.
Vorrei riassumere il contesto
didattico e metodologico utilizzando alcune indicazioni di A.
Rasori, che personalmente, ritengo più chiare, complete e
dirette di molti discorsi pedagogici o scientifici.
Naturalmente se esiste la
disponibilità ad ascoltarle e valutarle.
Esse sono:
* Non procedere a passo di lumaca
* Non aver paura che i bambini
non siano capaci di eseguire movimenti COMPLICATI, ELEGANTI,
COLORATI
* Non ci si STUPISCA del caos dei
movimenti, non bisogna RALLEGRARSENE, è la condizione necessaria
perchè movimenti NUOVI e COMPLETI emergano.
L'ultimo argomento a sostegno del
mia convinzione sono i risultati di un questionario che ho
sottoposto ad un gruppo di 55 bambine e bambini che frequentano
il minivolley nella società in cui alleno.
Il questionario tendeva a
valutare se e quali relazioni esistessero tra i concetti di
palla, giocare, amicizia e passare.
I risultati, a mio parere
interessanti, li esporrà durante la relazione.
Sintetizzando:
1. Il gioco è l'obiettivo del
procedere didattico dell'istruttore e diventerà il modello di
riferimento, sempre più evoluto, per gli allievi.
2. Il gioco crea il problema
tattico che i fondamentali, sempre più precisi ed adeguati,
devono risolvere.
3. Il gioco è interrelazione,
sfida, motivazione, quindi apprendimento.
4. Il gioco realizza e soddisfa,
in forma globale, tutti gli apprendimenti
5. E' nel gioco e nella varietà
delle sue situazioni che il bambino impara a contare sulle
proprie forze ad indurirsi o a cedere, a pensare alla
risoluzione dei problemi, ad aumentare il proprio senso di
responsabilità.
Altri relatori tratteranno della
figura dell'istruttore, tuttavia, considerando la fondamentale
rilevanza che assume il suo relazionarsi con gli allievi, mi
piace chiudere questa sintesi riportando, ancora una volta, un
pensiero di Rasori:
" Un istruttore, per
essere amato, non dovrebbe mai dimenticare che, se l'allievo è
uno che deve imparare, il bambino è uno che vuole divertirsi" |