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Dal fondamentale al gioco

o dal gioco al fondamentale

Paolo Freschi

Questo articolo è tratto dalla lezione tenuta al Clinic Minibasket di Riccione.

 

Questo articolo è tratto dalla lezione tenuta al Clinic Minibasket di Riccione.

Avevo terminato la relazione del 2002, a cui non ho potuto partecipare, con l'affermazione provocatoria di S.M. EJZEZESTEIN:

"non si può insegnare, si può soltanto imparare".

Potrebbe sembrare un paradosso e, soprattutto, la negazione di tutto quanto è stato scritto sul rapporto insegnamento - apprendimento.

Secondo me, invece, questo è l'assunto fondamentale che celebra la verità della dialettica istruttore - allievo: ogni individuo percepisce, comprende, elabora stimoli e quindi realizza comportamenti motori, in forma assolutamente individuale ed originale.

Non è una novità pedagogica questa, anzi, è ormai divenuta una corrente di pensiero condivisa e sostenuta da molti autori, che però, a mio parere, nelle palestre e nei campi sportivi non trova, ancora, reale applicazione.

L'istruttore dovrebbe essere colui che inventa strategia didattiche, fornisce feed-back informativi e correttivi ed elabora una varietà di situazioni di apprendimento sulla base delle proprie conoscenze e, soprattutto, sulla realizzazione dei compiti motori da parte degli allievi.

Affinchè ogni allievo esprima il più compiutamente possibile la propria motricità, e crei cos“ le premesse per l'acquisizione successiva di abilità, è opportuno che venga realizzato il principio pedagogico dell'insegnamento individualizzato, quale migliore occasione di apprendimento e miglioramento.

Situazione didattica non semplice, con tanti bambini in palestra, complicata ulteriormente da tutta una serie di fattori, tra i quali vorrei evidenziare la capacità reale di discriminare, da parte dell'istruttore, le cause dell'errore motorio dei singoli allievi e le relative opportune correzioni.

Con queste premesse appare comprensibile come l'insegnante poco " talentuoso", in possesso di conoscenze limitate all'ambito tecnico e tattico, forse non sempre motivato e orientato al compito, prediliga da subito l'insegnamento dei fondamentali, magari anche in forma analitica e utilizzando il metodo del comando.

Il risultato di questo tipo di "addestramento" è uno stereotipo di gesti tecnici, spesso anche eseguiti correttamente dal punto di vista biomeccanico, ma sviluppati in un contesto ben diverso, avulso, "lontano" da quello che è il gioco.

L'istruttore deve essere consapevole che l'obiettivo fondamentale del suo insegnamento è il gioco, che è la fonte primaria di apprendimento per l'allievo.

La tecnica rappresenta solo il mezzo, lo strumento utilizzato per giocare,

Sono sicuro che non basti saper maneggiare bene il fucile per diventare buoni cacciatori.

Le indicazioni metodologiche che vogliono prima lo sviluppo delle capacità coordinative, poi quello delle capacità condizionali, successivamente l'apprendimento della tecnica, quindi quello della tattica per arrivare all'espressione della gara, funzionano negli sport individuali, dove la precisione del gesto, sostenuta da presupposti funzionali e strutturali decide dell'esito della performance.

Negli sport di squadra, il risultato non è determinato unicamente dalla somma dei rendimenti individuali, ma è frutto di una serie infinita di gestioni della situazione che devono essere chiari a tutti gli atleti e da loro condivisi.

Nelle fasce d'età che prendiamo in considerazione, la gestione della situazione implica soprattutto fattori emozionali e di interrelazione che, se l'istruttore non sa individuare, comprendere e aiutare a gestire, lo escluderanno di fatto dal gioco dei suoi allievi.

Il miglioramento dell'utilizzo del mezzo (i fondamentali) nasce e si sviluppa dalle accresciute capacità tattiche, proprie e degli avversari, che sollecitano il possesso di migliori, più raffinati o addirittura nuovi strumenti tecnici.

L'accrescimento delle capacità tattiche, tuttavia, deriva solamente dal gioco e dalle forme di allenamento che sviluppano situazioni simili ad esso.

Si impara a giocare giocando, cos“ come si impara a camminare camminando; a nessuna madre verrebbe in mente di insegnare al suo bambino, prima, quanto deve essere lungo il passo o come dovrà appoggiare il piede.

Il cammino su una superficie pur rigida, sicura e sufficientemente larga, posta però ad una certa altezza dal suolo, differisce notevolmente dal cammino in riva al mare, solo perchè varia il contesto in cui ci si trova ad agire.

Mi pare di poter affermare, quindi, che prima i bambini impareranno a valutare, adeguarsi e modificare il contesto in cui si trovare ad agire, cioè il gioco, che lo ricordo, resta l'obiettivo pedagogico primario, meglio sapranno utilizzare gli strumenti tecnici che ad esso appartengono.

E' necessario ridefinire la successione degli stadi di acquisizione delle Abilità Motorie, il classico:

* COSA

* COME

* QUANDO e PERCHE'

dovrà essere riconsiderato in funzione di una interazione dinamica, ma sullo stesso piano, dei tre aspetti, il cui fulcro centrale sia dato dallo stadio autonomo, sostenuto ed integrato dai momenti cognitivo e aggregativi, e cioè:

COSA - QUANDO e PERCHE' - COME

Restano validi i dettami della progressione didattica che recitano:

* Dal facile al difficile

* Dal semplice al complesso

* Dal noto all'ignoto

con l'avvertenza di non irrigidire sempre e comunque gli insegnamenti entro i dettami di queste sequenze. Capita infatti, soprattutto sotto l'aspetto tattico, che alcune situazioni complesse si presentino inaspettate, anticipandone altre più semplici.

Ad esse, comunque, l'istruttore deve essere in grado di offrire riposte e commenti, utilizzandole come fonte di ulteriori apprendimenti da parte dei suoi allievi.

Una recente ricerca di N. Tocci e P. Scibinetti, pubblicata in SdS, dal titolo "Essere creativi è utile?" , mette in risalto, tra l'altro, che:

* "le esperienze offerte dall'ambiente hanno influenza sullo sviluppo della creatività"

* "in ambito motorio e sportivo (soprattutto nelle discipline open skill) la varietà dei materiali e delle condizioni svolge il doppio ruolo di incrementare l'aspetto tecnico e l'aspetto creativo del movimento"

* "la flessibilità e l'originalità della risposta motoria andrebbero sperimentate ed educate al di là delle abilità tecniche".

Mi sembrano ulteriori ed esaurienti indicazioni sulla prevalenza che la situazione pedagogica gioco debba avere su quella dei fondamentali.

Il fatto che la situazione didattica possa non essere semplice, come dicevo prima, non esime l'istruttore dal trovare un metodo, dal saperlo modificare adattandolo alla realtà fisica, di apprendimento e di interrelazione dei suoi allievi, utilizzando l'osservazione della realtà che si manifesta davanti ai suoi occhi e di cui anch'egli è partecipe.

Vorrei riassumere il contesto didattico e metodologico utilizzando alcune indicazioni di A. Rasori, che personalmente, ritengo più chiare, complete e dirette di molti discorsi pedagogici o scientifici.

Naturalmente se esiste la disponibilità ad ascoltarle e valutarle.

Esse sono:

* Non procedere a passo di lumaca

* Non aver paura che i bambini non siano capaci di eseguire movimenti COMPLICATI, ELEGANTI, COLORATI

* Non ci si STUPISCA del caos dei movimenti, non bisogna RALLEGRARSENE, è la condizione necessaria perchè movimenti NUOVI e COMPLETI emergano.

L'ultimo argomento a sostegno del mia convinzione sono i risultati di un questionario che ho sottoposto ad un gruppo di 55 bambine e bambini che frequentano il minivolley nella società in cui alleno.

Il questionario tendeva a valutare se e quali relazioni esistessero tra i concetti di palla, giocare, amicizia e passare.

I risultati, a mio parere interessanti, li esporrà durante la relazione.

Sintetizzando:

1. Il gioco è l'obiettivo del procedere didattico dell'istruttore e diventerà il modello di riferimento, sempre più evoluto, per gli allievi.

2. Il gioco crea il problema tattico che i fondamentali, sempre più precisi ed adeguati, devono risolvere.

3. Il gioco è interrelazione, sfida, motivazione, quindi apprendimento.

4. Il gioco realizza e soddisfa, in forma globale, tutti gli apprendimenti 

5. E' nel gioco e nella varietà delle sue situazioni che il bambino impara a contare sulle proprie forze ad indurirsi o a cedere, a pensare alla risoluzione dei problemi, ad aumentare il proprio senso di responsabilità.

Altri relatori tratteranno della figura dell'istruttore, tuttavia, considerando la fondamentale rilevanza che assume il suo relazionarsi con gli allievi, mi piace chiudere questa sintesi riportando, ancora una volta, un pensiero di Rasori:

" Un istruttore, per essere amato, non dovrebbe mai dimenticare che, se l'allievo è uno che deve imparare, il bambino è uno che vuole divertirsi"
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