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Relatori:
Nicola OSTAN, Francesco PISCITELLI,
Sebastiano PRINCIPATO, Gianfranco SERRA
Troppo spesso, nelle riunioni tecniche, ai
clinic, a riunione e nei discorsi tra istruttori ci troviamo a
dibattere su chi, usando il minibasket come trampolino di lancio
verso alti traguardi, “usa” i mini cestisti in modo allucinante,
istruttori che comandano a bacchetta i bambini con metodi più o meno
marziali ed altri che gestiscono le squadre come se fossero delle
loro creature o dei video game.
Ecco perché ci è
sembrato importante partire da una “definizione” di educazione che
sia il più ampia possibile, che non comprenda solo il contesto
minibasket ma tutte le situazioni educative possibili.
L’educazione
quindi è l’insieme delle componenti che creano modificazione nel
comportamento dell’individuo finalizzate al progresso.
Nelle componenti,
chiaramente siamo presenti anche noi istruttori-educatori e anche se
non siamo sicuri che le nostre azioni saranno finalizzate al
progresso, queste dovranno essere le nostre finalità, gli obbiettivi
da perseguire, tralasciando, a vantaggio dell’educazione dei nostri
atleti, le nostre mire di successo.
Un contesto quindi
è educativo se :
è il luogo di
incontro,
si configura come
spazio protetto,
è capace di
accogliere la complessità e la diversità,
è capace di
restituire un senso a tutti,
è il luogo di
crescita comune.
Dati questi punti
per definire quando un contesto è educativo possiamo facilmente
individuare le aree di sviluppo dell’educazione,
un’area cognitiva,
un’area affettiva e
un’area motoria,
che a seconda dei
contesti potranno avere delle differenti predominanze.
Se andiamo ad
affrontare il tema “dell’educazione motoria”, nella fascia di età
quindi dai 5 agli 11 anni, che è anche la fascia di età del
minibasket, è facile intuire che l’educazione motoria potrà portare
ad uno sviluppo predominante dell’area motoria rispetto a quella
cognitiva ed affettiva. Per chiunque abbia sentito parlare di
psicomotricità è facile intuire quali sono i vantaggiosi effetti sia
sull’aria cognitiva che su quella affettiva dello sviluppo di
corretti programmi dell’aria motoria.
In educazione
motoria quindi, un contesto è certamente educativo quando:
è luogo di
incontro ( immaginiamoci le nostre palestre, campetti o oratori
come luoghi di incontro e di confronto e non come luoghi di
esercitazione)
si configura
come spazio protetto ( la necessità di un genitore di affidare i
propri figli a strutture non belle ma affidabili, la necessità di
avere luoghi non con 2 o con 4 canestri, non con le belle tribune,
ma luoghi sicuri )
è capace di
accogliere la complessità e la diversità ( la capacità dei
centri e degli istruttori di accogliere chiunque, abile o meno
abile….)
è capace di
restituire un senso a tutti ( abbattendo le barriere abbiamo la
possibilità di valorizzare ognuno per quello che vale, bravo o meno
bravo, introverso o estroverso…)
è luogo di
crescita comune ( inteso come luogo in cui tutti, istruttori,
bambini, genitori, dirigenti, possono crescere assieme con un
normale confronto evitando scene più o meno isteriche per il
raggiungimento dei risultati sportivi).
Sono fondamentali a
tal proposito due fattori :
il primo lo
identifichiamo nella figura dell’istruttore che come
facilmente intuibile può influenzare positivamente o negativamente
tutti i fattori sopra riportati ( fondamentali per ricreare il luogo
, lo spazio protetto…),
il secondo,
ma altrettanto determinante, è dato dai fattori ambientali,
inteso come genitori, società, dirigenti e tutto ciò che gravita
attorno all’ambiente minibasket, che possono qualsiasi momento
tramutare il progresso dei fattori educativi in regresso con fattori
diseducativi.
Quali sono a questo
punto le aree di sviluppo dell’educazione motoria? Sicuramente tutte
le attività di “ gioco-sport “ e in più le attività
scolastico-educative intese come tutte quelle situazioni all’interno
delle quali si fa attività motoria ( dal campetto dell’oratorio alla
palestra scolastica ).
E quando il gioco
sport è educativo?
Riprendendo quanto
già detto ,
quando è luogo
di incontro ( intendendo con ciò tutti i fattori già spiegati
con il termine più ampio di educazione),
quando è momento
di sano agonismo, non dobbiamo dimenticare infatti che stiamo
parlando di giochi sì, ma di giochi sport e quindi è presente la
componente agonistica, anche questa da educare ( quante volte i
nostri bambini, genitori, istruttori-allenatori, dirigenti ci
dimostrano di non saper perdere? )
quando è momento
di divertimento, senza dilungarci tanto, per definizione un
gioco è divertimento, la componente ludica del gioco e quindi del
divertimento diventa predominante.
Sono presenti
regole codificate, sono i fattori che differenziano i vari
gioco-sport e il rispetto o l’applicazione di queste regole è uno
dei fattori educativi.
Come si inserisce,
a questo punto, il minibasket al fianco dell’educazione e
dell’educazione motoria?
Semplicemente, la
considerazione è che il minibasket è un gioco-sport educativo,
perché all’interno delle regole esclusive del nostro gioco (
quei fattori che ci differenziano dal minivolley, minirugby… che
tanto ci piacciono e ci appassionano al nostro sport ) sono
presenti tutti i contesti educativi.
Questi concetti
di base aprono le porte al nuovo istruttore minibasket alle prese
con le sue prime lezioni e con un gruppo alle prime esperienze. Non
ci stancheremo mai però di ripetere che il solo sapere (la teoria)
da sola non basta se poi non si riesce a saper fare (dimostrazione)
e soprattutto a saper far fare (pratica applicata alla tecnica e in
relazione alla preparazione individuale).
In ogni caso
spesso poi ci si dimentica che, al di la del nostro bagaglio tecnico
e culturale, della nostra esperienza di giocatori o appassionati di
basket, e accecati dalla convinzione di essere già arrivati, che
prima di tutto la figura che vogliamo sia predominante durante le
nostre lezioni è quella dell’Educatore, la cui missione trova
conferma nei principi sopra elencati e che, in ogni caso, sia da
esempio non solo in palestra ma nella vita di ogni giorno, sia un
modello da seguire e da imitare, convinti della propria competenza e
responsabilità, e che non venda fumo o aria fritta non sgonfiandosi
alle prime difficoltà. Queste qualità verranno pian piano fuori,
affinandosi e modificandosi nel tempo e con l’esperienza, ma
soprattutto con la consapevolezza che “si è perché si vale” e
non solo perché si vuole. |