I 216 giorni da incubo della Givova Scafati Basket

Come può un sogno trasformarsi in un incubo? Non siamo i più fini conoscitori della materia per poter dare una risposta concreta ad un interrogativo così ampio, così clinicamente complesso. Possiamo, però, contemplare dei casi, affrontare una timeline di eventi che può effettivamente portare alla creazione della parte più oscura del nostro inconscio. In senso pratico, come si può passare, declinando il paradigma scafatese, dal sogno di una finale per accedere al massimo campionato al fondo di una classifica che non lascia scampo ad equivoci? Non ci vantiamo, come detto, di avere risposte perfette, risolutorie, perché il mondo della pallacanestro non è e non sarà mai una scienza esatta, non ci sarà mai una singola soluzione per ogni specifico problema. Solo analizzando, solo generando un articolato quadro di insieme si può arrivare alla superficiale conclusione (parziale nel nostro caso) del percorso che porta un sogno a diventare un incubo.

Il conteggio dei giorni parte dal 10 giugno 2016. È il day after di una tremenda gara 5 giocata in un PalaMangano infuocato. La vincitrice di una avvincente serie è la Leonessa Brescia, avversaria destinata poi al miglior palcoscenico cestistico italiano. La gara è una di quelle che per intensità e tensione andrebbe scritta negli annali della categoria: ai 20 di Simmons rispondono i 16 di un superbo Cittadini, alla panchina di Scafati rispondono Bruttini e Alibegovic, mentre Moss vince nettamente il duello a distanza con Mayo. È una Givova che, nonostante tutto, applaude i suoi eroi, da Perdichizzi a Rezzano, dai due americani ad un “americano aggiunto” come Portannese, da Crow a Spizzichini, da capitan Baldassarre ad Ammannato, tutti artefici di un sogno che sfuma ma che non sminuisce quanto di bello fatto vedere in marzo, quando gli stessi giallo-blu diventano “mini” campioni d’Italia vincendo la coppa di Lega. Una squadra, un sogno. Nella cittadina campana nessuno dimenticherà mai quell’annata, così piena di soddisfazioni, così piena di sinergie, così piena di voglia di divertirsi e voglia di far divertire un pubblico che lo merita davvero. Eppure non si ha neppure il tempo di rimuginare su quanto vinto o quanto perso, su quanta consapevolezza la piazza abbia riassunto, che si è chiamati a fare i conti con delle dichiarazioni post-gara che tengono col fiato sospeso tutti gli appassionati dal sangue giallo-blu. Il patron Nello Longobardi annuncia di aver definitivamente chiuso la sua esperienza con il basket. Piove sul bagnato e, se la legge del dottor Murphy esiste davvero, si palese in quelle ore immediatamente successive alla sirena finale. Dal 10 giugno in poi, Scafati rischia di scomparire dai radar della pallacanestro italiana. Nel frattempo, i pezzi importanti di quel roster, visto il futuro così incerto, cercano fortuna altrove, non senza qualche rimpianto: il fascino del PalaMangano, la passione della città, l’attaccamento che un popolo intero dedica allo sport sono valori che porti dentro sempre e ai quali non vuoi mai rinunciare. Portannese, Spizzichini, Loschi, Rezzano. Anche lo sceriffo Giovanni Perdichizzi, dopo lunghe ore di colloquio con la dirigenza, decide di lasciare la barca, una barca che sembra sempre più indirizzata verso il fondo, quello che tutta Scafati non vuole. Sandro Rossano e Giovanni Acanfora, soci e finanziatori insieme a Longobardi, non se la sentono di sobbarcarsi l’onere di portare avanti una società con tante spese e, senza una figura carismatica ed esperta, la fine è ormai segnata: il titolo dello Scafati Basket 1969 è ufficialmente in vendita. Si fa avanti la Co.Mark Bergamo, squadra che, appena poche settimane prima, era uscita sconfitta nello scontro promozione con Udine. La tensione nelle settimane delle trattative è incredibile, i tifosi fanno tutto ciò che possono per cercare di aiutare la società ma serve a poco. Il presidente bergamasco Massimo Lentsch dichiara, in data 5 luglio 2016, che «l’operazione è in atto dalla scorsa settimana ma esiste un unico ostacolo: la firma di una fidejussione di Scafati a garanzia di una totale liberatoria sotto l’aspetto finanziario. Non è una pretesa fuori posto ma un normale atto che stipulano le controparti di fronte a qualsiasi acquisto-cessione. Per il resto c’è praticamente l’accordo su tutti i fronti». Le dichiarazioni rilasciate dal presidente all’Eco di Bergamo, però, non raccontano gli altri risvolti di un accordo che è nato bene ma che si è concluso male: gli errori di “approccio” di Lentsch urtano la dirigenza di Scafati, intenzionata a chiudere l’affare. Le clausole che propone la controparte bergamasca, per quanto legittime, non vengono prese di buon gusto dagli scafatesi che, irritati da tale comportamento, decidono di fare dietrofront. Il 6 luglio la pallacanestro a Scafati è ufficialmente salva.

Coach Andrea Zanchi intervistato da Antonio Pollioso, responsabile dell'ufficio stampa della Givova Scafati (ph: Facebook "Scafati Basket 1969")
Coach Andrea Zanchi intervistato da Antonio Pollioso, responsabile dell’ufficio stampa della Givova Scafati (ph: Facebook “Scafati Basket 1969”)

Contro ogni speranza e previsione, Scafati si ritrova dal buio davanti ad un sole accecante, dall’ombra della scomparsa alla certezza di un campionato di LegaDue. C’è poco più di un mese per costruire la squadra, scegliere il condottiero principale, trovare il sostituto anche di Gino Guastafierro (nel frattempo trasferitosi nella sua Caserta). Così, mentre Rossano e Acanfora restano accanto al redivivo Longobardi, vengono annunciati i primi importanti movimenti: si riparte da Ammannato e Baldassarre, da un Crow che ha risolto i problemi alle ginocchia con un’operazione estiva, da Ferdinando Matrone e da una scommessa come coach Andrea Zanchi. Nel frattempo la società aspetta nuovi soci per migliorare budget e finanze, rinforzi che non arrivano. I sogni estivi portano i nomi di Terrence Roderick (pupillo di Longobardi) e Scottie Reynolds ma non si concretizzeranno per svariati motivi. L’ex coach di Recanati, però, di gode due firme molto intriganti: Chase Fischer, prodotto di BYU (amico e compagno di università di Jimmer Fredette) e tiratore di razza, e Derek Williams, playmaker con tanti punti nelle mani, reduce da ottime stagioni (numericamente parlando) nel campionato turco. La squadra si completa con italiani di grande spessore: Tommaso Fantoni, Marco Santiangeli e il giovanissimo Daniel Perez. Al raduno di metà agosto arrivano tutti carichi, nonostante le burrascose vicende societarie post stagione 2015-16, tutti con l’intento di far bene e tutti con la voglia di confermare le cose fatte vedere l’anno prima. Coach Zanchi lavora senza americani per quasi tutta la preparazione e, nonostante abbia il primo impegno ufficiale fissato per il 23 settembre con la Supercoppa LNP, riesce a costruire un buon gruppo, impiantando tutto il suo lavoro sui concetti di coesione, di famiglia, di forza del gruppo. Non arriverà mai l’esordio ufficiale, perché le controversie che girano sui due americani (Fischer giovanissimo e inesperto e Williams in netto ritardo atletico) fanno capolinea nella settimana della Supercoppa. Il mai domo Longobardi ha già visto abbastanza: Williams non convince. Si pensa già ad un taglio preventivo ma coach Zanchi si oppone, schierandosi a favore del ragazzo e della squadra, tutto questo anche per non turbare la ricerca della quadratura del cerchio che il gruppo sta cercando. Dopo una sorta di “ultimatum” del coach veneziano, la dirigenza scafatese decide di farne fuori due in un sol colpo: via sia Zanchi che Williams. La squadra incassa il primo duro colpo ma, nonostante lo spogliatoio risenta già di qualche minima frattura, esce a testa altissima da una competizione disputata con un solo americano e con un coach del tutto estraneo all’ambiente. Sì, perché a Bologna non va Zanchi ma Zare Markovski. La Givova doveva uscire con le ossa rotte ed invece esce piena di certezze. Certezze che, però, non trova una volta alzata la prima palla a due della stagione 2016-17. Si parte con una sconfitta in quel di Treviglio, prima di esordire con una vittoria in casa contro Siena. Dopo le cose fatte vedere contro la storica società toscana, cala il buio su Scafati: tre sconfitte su quattro incontri fanno capire che qualcosa decisamente non va. I modus operandi di Zare Markovski non convincono tifosi e soprattutto spogliatoio, uno spogliatoio che già risentiva di qualche mini dissidio interno. L’atteggiamento da professionista che ha sempre contraddistinto il coach macedone non convince i senatori che, non a caso, lo fanno presente alla società. Longobardi decide di aspettare qualche altra gara ma dopo la sconfitta di Legnano (datata 6 novembre), le due strade si separano. I problemi interni vengono “resi noti” dallo stesso patron scafatese che saluta così l’allenatore dopo appena sei partite: “Ringrazio vivamente Zare, al quale sono legato da un rapporto di sincera amicizia. Purtroppo tra lui e la squadra non si era creato il giusto feeling. Riteniamo che questo organico possa raggiungere risultati ed obiettivi più importanti e prestigiosi rispetto a quelli conseguiti finora, nonostante la professionalità e la dedizione con cui il coach ha lavorato in queste settimane. Sono dispiaciuto per la maniera in cui si interrompe il rapporto professionale, ma resta impregiudicata la stima personale nei confronti della sua splendida persona”. Il cambio è tanto logico quanto controtendenza rispetto agli obiettivi dichiarati ad inizio stagione, specie se si considera che questa può essere catalogata come una stagione di transizione (il prossimo anno si passerà da una sola promozione alle due, NdR).

#SceriffoIsBack (Ph: Facebook "Scafati Basket 1969")
#SceriffoIsBack
(Ph: Facebook “Scafati Basket 1969”)

La panchina viene romanticamente affidata a Giovanni Perdichizzi, lo sceriffo, uno dei principali architetti dell’indimenticabile cavalcata 2015-16. Il coach siciliano subentra per la prima volta in carriera a stagione in corso ed è subito chiamato a risollevare morale e testa di un gruppo che non vuole perdersi. Intanto – giusto per non farsi mancare nulla – la fortuna volta definitivamente le spalle a Scafati, che continua un incubo che sembra non conoscere sosta: si infortuna Yuval Naimy, playmaker israeliano ingaggiato per sostituire il partente Williams, giocatore di una classe sopraffina in attacco e di un impatto pressoché sconosciuto in difesa (fase a cui non presta particolare attenzione, tanto per usare un eufemismo). Arriva in corsa Lorenzo Panzini, non proprio conosciuto come la grande speranza della pallacanestro italiana. Il suo ruolo, inizialmente marginale, sarà quello di non fa rimpiangere troppo una mente superiore come Naimy ma il distacco tecnico è troppo evidente e la Givova, tra i tanti problemi, ha per la prima parte della parentesi di Perdichizzi un vuoto in cabina di regia. Lo sceriffo viene osannato come il salvatore della patria, come l’uomo che farà ritornare i fasti appena passati ma non è sempre così. Conosciamo le capacità di Perdichizzi, un eccellente manager in fase di costruzione della squadra, una persona che conosce nei dettagli il panorama cestistico e sa che tipi di giocatori sono adatti al suo gioco. Ritrovarsi con una squadra spaccata, quasi svogliata e senza stimoli non è la sua situazione ideale. Dopo cinque partite perse – e il conseguente ultimo posto in un girone dal livello molte volte messo in discussione – arriva il “goal” contro la Viola Reggio Calabria. Sarà solo un’illusione natalizia? La sosta forzata a causa del rinvio della partita contro la Virtus Roma tende a rispondere negativamente, perché la squadra lavora per 10 giorni di fila, dando modo anche Linton Johnson di inserirsi meglio, e riesce a centrare una vittoria convincente contro una diretta avversaria per la salvezza. Nel frattempo, al chiacchieratissimo Chase Fischer va dedicata una piccola parte del nostro tempo. Arriva sostanzialmente da sconosciuto ma i video che circolano su YouTube lasciano ben presagire: bianco, proveniente da un’università di mormoni, pulizia stilistica nel rilascio del pallone, range di tiro non calcolabile. Questi i principali pro. Per i contro, invece, segnaliamo l’esperienza pari a 0 (prima esperienza lontano da casa) e, purtroppo per la dirigenza scafatese, un padre annoverato tra i migliori avvocati d’America. Perché, anche in questo caso, lo Scafati è andato male? La storia è piuttosto lunga ma proviamo a sintetizzarla così: Linton Johnson è a tutti gli effetti un cittadino italiano (nato negli USA ma naturalizzato italiano grazie al matrimonio con una ragazza campana) ma agli occhi della Lega non è arruolabile come giocatore comunitario. Perdichizzi, dunque, dovrà alternarlo con gli altri due extracomunitari, visto il limiti massimo di due stranieri a roster. In più di un’occasione Fischer è costretto alla tribuna, nonostante le buone cose fatte vedere nelle sue apparizioni. Proprio durante le festività natalizie è scoppiata la grana “Chase Fischer”. Il rookie da BYU, infatti, ha lasciato l’abitazione scafatese nel mezzo della notte per tornare negli USA, senza alcun preavviso alla società. Naturalmente è già in corso un contenzioso legale tra le parti ed è qui che ricade la sfortuna della società giallo-blu. Stando ad alcune indiscrezioni, inoltre, la fuga dell’americano sarebbe dettata dal congelamento degli stipendi. All’interno del contratto del cookie statunitense, stando alle stesse indiscrezioni, ci sarebbe una clausola che prevede l’interruzione delle prestazioni nel momento in cui non fosse stato accreditato lo stipendio. Una vicenda che ha del paradossale e con la quale la società è costretta a fare i conti, oltre a quelli che già dà il campo. Già, il campo. I problemi principali, senza troppo girarci attorno, sono concentrati lì, perchè dopo la convincente vittoria contro la capolista Biella, Scafati inciampa prima nello scivolone Treviglio e poi in quello romano, dove la Virtus passa a 10 secondi dalla fine dopo un vantaggio campano durato 39 minuti e 50 secondi. Scafati attualmente è ultima con 8 punti, 4 vittorie e 12 sconfitte, a 2 punti da Agropoli penultima e a 4 punti dal duo Reggio Calabria-Rieti. La corsa alla salvezza è lunghissima ma Scafati deve trovare un modo per uscire da questo incubo. Dal 23 gennaio sarà inserito anche Anthony Dobbins, già da un mese a Scafati e partecipante attivo agli allenamenti dello sceriffo Perdichizzi.

L’ambiente caldissimo di Scafati è riconosciuto in tutta Italia, così come la correttezza del suo pubblico: raramente sopra le righe, passionali e focosi ma mai autori di gesti da condannare assolutamente. Eppure in questo incubo sono coinvolti anche i tifosi (non gli ultras, sia chiaro) giallo-blu, o almeno una piccola parte. Oltre alla grana Fischer, per Perdichizzi e Longobardi c’è da gestire anche la grana Baldassarre. Il capitano della Givova, infatti, sembra pronto a lasciare Scafati, soprattutto dopo gli incresciosi fatti avvenuti nell’immediato post-gara del match contro la Remer Treviglio. Il tentativo di aggressione da parte di un vivace sostenitore scafatese è solo la goccia che fa traboccare il vaso. Patrick Baldassarre non sta giocando la sua miglior stagione (i numeri confermano questo trend negativo) ma più in generale la posizione di classifica scomodissima non rende la vita facile al giocatore più bersagliato della squadra. L’aria pesante che si respira nella cittadina campana, dunque, potrebbe essere uno dei motivi principali di un addio che rivoluzionerebbe, per l’ennesima volta, i piani societari e tecnici. 216 giorni da dimenticare, non tutti da buttare completamente ma pochi, davvero, quelli da salvare. Come si può passare dal sogno dell’A1 alla lotta per restare in A2? Sarebbero tante, forse troppe, le risposte ma nessuna è una soluzione, nessuna è un’accusa diretta, perché gli autori di questa involuzione sono tanti e nessuno, secondo il nostro modesto parere, è esente totalmente da colpe. Scafati, però, è una piazza che ha saputo farsi conoscere a livello nazionale e speriamo possa risalire nel minor tempo possibile, per il bene della sua gente, per il bene della pallacanestro e per lo bene dello sport.

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