Il Baso si ritira: l'addio di uno dei simboli del nostro basket

Gianluca Basile ha detto basta. Il nativo di Ruvo di Puglia, 42 anni compiuti lo scorso 24 Gennaio, ha deciso di appendere le scarpette al chiodo, al termine di un periodo travagliato, che non lo ha visto allenarsi per mesi. Il “Baso” rappresenta uno dei simboli migliori del basket nostrano degli ultimi 20 anni. Un vincente sia con i club (due scudetti con la Fortitudo, due campionati spagnoli, due supercoppe, tre coppe nazionali e una Eurolega con il Barcellona) che con la Nazionale (oro agli Europei 1999, argento alle Olimpiadi di Atene 2004, bronzo agli Europei 2003). Basile ha annunciato oggi il suo addio al basket giocato per mezzo de La Giornata Tipo.

E’ il suo grande amico, Matteo Soragna, a ripercorrere insieme a lui le tappe della sua carriera, dalla giovinezza agli ultimi anni.

Alle scuole elementari dell’istituto salesiano don Bosco, quando avevo 7-8 anni,  le suore decisero di chiamare un professore esterno per le ore di educazione fisica. Scelsero Biagio Di Gioia, che oltre ad essere prof. di educazione fisica, giocava a basket nell’ A.S. Ruvo. Mi innamorai subito di questo gioco. Mi ricordo che a fine lezione tornavo a casa a piedi. Dalla palestra a casa mia c’era più o meno 1 km di strada, per tutto il tragitto correvo simulando il gesto del tiro“.

La prima tappa fondamentale della carriera del Baso è il passaggio a Reggio Emilia: “Un mio amico, Riccardo Chieco, conosceva Virginio Bernardi, l’allenatore di Reggio. Gli chiese se fosse possibile farmi fare un provino per le giovanili. Avevo 18 anni. La Reggiana in foresteria prendeva solo lunghi, i piccoli erano tutti del posto, ce n’erano da buttare. Il livello fisico e tecnico dei miei pari ruolo era notevole, ancora oggi non mi spiego come sia stato possibile. Sicuramente Bernardi influì notevolmente sulla decisione di prendermi parlando con il responsabile del settore giovanile che all’epoca era Giordano Consolini”.

Quindi il capitolo Fortitudo: “Travagliato… c’era in giro la voce del trasferimento a Bologna già da un annetto prima, ma non si era mai fatto nulla. Verso dicembre del 1998 mi chiama il mio procuratore e mi dice di prepararmi perché Cazzola vuole parlarmi. La sera tardi mi passa a prendere da Reggio e andiamo nella sede della Virtus. Appena entro vedo in bella mostra la coppa dei Campioni, il formato vecchio, quella a forma di canestro. La guardo e dentro di domando: un giorno la riuscirò a vincere questa coppa? Nulla di fatto, ho parlato un po’ col presidente Cazzola e me ne sono andato via. L’idea era di cambiare squadra nell’immediato. Ci eravamo messi d’accordo su tutto. All’ultimo momento Ettore Messina ha fatto saltare tutto, cosi mi dissero, voleva posticipare il trasferimento a fine stagione. A quel punto è venuta fuori una mezza notizia sui giornali e la Fortitudo si è fatta avanti, visto che Del Negro a metà stagione non voleva accettare l’offerta di Seragnoli. Dopo l’eliminazione dalla coppa Italia della F scudata c’è stato il trasferimento. Era il 31 gennaio 1999“.

Ho esordito il 7 Febbraio del ‘99, proprio nel derby in casa Virtus. Immaginate la tensione che avevo addosso. E’ andata benissimo, abbiamo vinto, ho giocato sicuramente meglio in difesa che in attacco, ma ero lì soprattutto per quello. Era impensabile rubare il posto a Myers, Karnisovas, Mulaomerovic, Jaric, ecc, potevo stare in campo solo se difendevo, visto che gli altri erano proiettati più a fare canestro. La stagione regolare è stata un trionfo, primi. Purtroppo in semifinale abbiamo perso in casa gara 5 contro Treviso con la stoppata di Marconato su Karnisovas all’ultimo secondo. La vittoria dello scudetto è stata rimandata all’anno dopo“.

La Nazionale, gli inizi, Euro ’99 ed Atene 2004: “Premetto che non sono mai stato convocato con continuità, giustamente, nelle nazionali giovanili. La prima chiamata con i senior fu da parte di Messina il 30 Dicembre del ‘96 per un’amichevole contro la North Carolina di Vince Carter perché Myers era infortunato. Ero cagato nelle mutande… normale amministrazione. La seconda chiamata è arrivata grazie a Tanjevic nel ‘98 per la preparazione ai mondiali di Atene. Tanjevic amava i play alti e siccome al grande Dado Lombardi venne la brillante idea di farmi giocare in quel ruolo, mi ha voluto mettere alla prova. La lotta per un posto da playmaker era meno agguerrita rispetto al ruolo di guardia e ala piccola. Lo ammetto, ho avuto tanta fortuna. Mi sono trovato in un gruppo già affiatato, veniva dalla vittoria dell’argento agli europei di Barcellona, Tanjevic aveva solo ringiovanito le seconde linee, lo zoccolo duro era rimasto. Che massacro la preparazione con Boscia… Niente a che vedere con quelle di oggi. Scuola slava, atletica in pista o sul campo da calcio. A volte ci portava in spazi aperti dove c’era una bella pendenza, a fare scatti di 50 m. Nessuno si tirava indietro.
I risultati non si sono fatti attendere. Oro agli europei di Parigi 1999“.

Quell’europeo lo ricordo non solo per il grande risultato, ma perché dieci giorni prima dell’inizio è nata la mia prima figlia, Alessia. Non sono riuscito ad andare in Puglia per vederla nascere, il posto nei dodici non era ancora sicuro, la voglia di partecipare agli europei era tanta, per paura di perdere l’opportunità ho deciso di non chiederlo nemmeno. Andrea Meneghin, mio compagno di camera, mi ha fatto un fiocco rosa con la Gazzetta dello Sport, che abbiamo attaccato alla porta.
Ma quello che è successo con Recalcati ha dell’incredibile. Cambio di generazione, toccava all’annata ‘74-‘75 in su. Non avevamo il talento della Nazionale precedente, ma avevamo spirito di sacrificio e un cuore grandissimo.
Non chiedetemi come caspita abbiamo fatto a vincere il bronzo agli europei di Svezia e l’argento olimpico di Atene 2004 perché ancora oggi non me lo so spiegare (da qui la strofa di Tiziano Ferro n.d.a.). L’avevo battezzata la nazionale di scappati di casa… lo sport è strano“.

Poi la chiamata dalla Catalogna: “Esperienza indimenticabile. Piansi quando mi diedero la notizia che non avrei più continuato a giocare nel Barca. Avevo 36 anni e venivo da un anno fermo per la frattura del quinto metatarso. Purtroppo a quei livelli, per loro, sei come una macchina. Quando non va più la cambiano. Non fu facile all’inizio, venivo dallo scudetto con la Fortitudo da leader e capitano della squadra, mi ritrovai in un contesto totalmente diverso“.

Come nella Fortitudo, capii subito il mio ruolo e quali erano i miei compiti per guadagnare minuti: fare quello che non volevano fare gli altri… Avete capito di cosa sto parlando? DIFESA!!!! L’allenatore era Dusko Ivanovic, basava tutto su quello, chi non difendeva non giocava. Solo Navarro era esente da questo fondamentale, anche se poi anche lui si è dovuto adeguare. Comunque con Ivanovic trofei pochi, solo la coppa del Re. Dopo 2 anni e mezzo è stato mandato via per fare posto a Xavi Pascual e con lui abbiamo iniziato a divertirci“.

Il ritorno in Italia, con Cantù: “Dopo un anno fermo l’idea di smettere era presente nella mia testa. Siena dominava da 6 anni il campionato Italiano, Cantù era l’unica squadra che a livello di gioco le si avvicinava molto. Ma gli interpreti che aveva Siena, Cantù non se li poteva permettere. Arrivò la proposta di Arrigoni e l’accettai. Fino al mese di febbraio andò tutto liscio, mi divertii un casino, poi mi stirai il flessore. Mai avuto un problema del genere in tutta la mia carriera e quindi non conoscevo i tempi di recupero. Da premettere che non permettevo mai ai dottori di fermarmi, pensavo di essere immortale, invece il corpo ha iniziato presentare il conto. Rientrai prematuramente e mi rifeci male. Persi più di un mese per quell’infortunio. Non riuscii più a trovare la forma fisica eccellente dei primi sei mesi“.

Dopo la dimenticabile esperienza all’Olimpia (“L’annata peggiore della mia carriera“), l’approdo in Sicilia: “Dopo l’anno di Milano i miei coglioni erano arrivati a terra. Avevo bisogno di un posto di mare. Ho la passione della pesca e volevo godermi questo hobby. Poz mi chiamò prima dei playoff, gli dissi che ci saremmo sentiti a bocce ferme. Quando finì tutto, la mia intenzione era avvicinarmi a casa. La squadra più vicina a Ruvo era Brindisi e il suo mare. Mi proposi chiamando il presidente Marino. L’idea gli piacque molto, ma non si sbilanciò più di tanto perché per prima cosa doveva chiedere a Bucchi e poi doveva cercare di piazzare un suo giocatore sotto contratto per far posto a me. Alla fine non riuscì a fare niente e saltò tutto. Mi chiamò Verona, ma io avevo bisogno del mare. (Sì Baso, l’abbiamo capito n.d.a.). L’avventura siciliana non partì alla grande, prima di tutto perché il gommone non arrivò da Olbia immediatamente, ma aspettai fino ai primi di ottobre. Imprecazioni a non finire. Quando finalmente arrivò, organizzai un’uscita di pesca. Squadra spettacolare… io, i due fisioterapisti (il mitico prof. Ferrarini e Biagio Di Giorgio) e per ultimo un personaggio orlandino che si spacciava come grande pescatore…il mitico Pelè. Partiamo, percorriamo 5-6 miglia, fermo un attimo il gommone per mettere gli artificiali in acqua, riaccendo il motore, do gas, ma il gommone non va… non riesco a capire cosa possa essere. Prime imprecazioni… alzo il motore per vedere se l’elica è a posto… ecco, non potevo credere ai miei occhi… avevo perso l’elica, non c’era più, si era staccata. A questo punto tutto il calendario dei santi in aria. Cosi è iniziata la mia avventura orlandina“.

In campo le cose non andavano meglio. Dopo due settimane mi sono stirato il polpaccio, non riuscivo a venirne fuori. Verso novembre ho iniziato a vedere la luce. Il primo anno divertimento ai massimi, il livello della LegaDue era molto più basso rispetto alla A1, anche se alla fine dei conti nessuno ti regalava niente. Bisognava farsi il culo per vincere le partite. I derby contro Barcellona sono i momenti più belli di quell’anno. Siamo arrivati secondi, ma visto il fallimento di Siena, ripescati e promossi in A1. I due anni di A1 sono stati massacranti. Specialmente il primo, ma alla fine l’obiettivo lo abbiamo raggiunto“.

Conclusione: “Che dire, tutto sommato qualcosa nella mia carriera l’ho fatta.
A questo punto non mi sembra il caso di continuare, si rischia di entrare nel patetico, 42 anni si sentono, fisicamente e soprattutto mentalmente. E’ difficile decidere di smettere con il basket giocato, ma ancora più difficile è renderlo pubblico.
Mi sa che lo sto facendo proprio adesso… Grazie a tutti“.

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