COLOMBA: “DOPO L’INDIA, ORA SCOPRO LA VIRTUS”

“Ho fatto una grande esperienza, di calcio e di vita
Ora ritrovo la mia Bologna e vado a tifare per Villalta”
di Marco Tarozzi
Alla sua vita piena di calcio mancava proprio questo. Un’esperienza all’estero. Così, Franco Colomba, alle spalle diciassette anni da calciatore professionista (otto dei quali vissuti con addosso la maglia del Bologna, 168 partite in tutto da rossoblù) e ventiquattro da tecnico passando da Salernitana, Reggina, Vicenza, Napoli, Livorno, Avellino, Cagliari, Verona, Ascoli, Bologna, Parma e Padova, non ci ha pensato su più di tanto quando gli hanno dato l’occasione di andare a fare il “pioniere” in un campionato nuovo di zecca, pieno di ambizioni ed esotico quanto basta. In quattro e quattr’otto ha fatto le valigie, destinazione Pune, India, la città dove Osho Rajneesh insegnava che “l’amore è l’unica religione. Tutto il resto è soltanto spazzatura”. Due milioni e mezzo di abitanti, ma calcisticamente un posto dove tutto è ancora da scrivere. E lui ci ha messo la firma, per primo.
“A Pune non c’è alcuna tradizione calcistica, niente al confronto di città come Calcutta o Goa, dove vanno anche in sessantamila a vedere una partita. Però quando è nata la Indian Super League la società locale ci si è trovata dentro. Partendo in svantaggio sugli squadroni, un po’ come l’Empoli ai tempi della Serie A, o il Castel di Sangro che arrivò come la squadra dei miracoli tra i cadetti nel 1996. Ho fatto da apripista, e ho anche avuto il piacere di allenare mio figlio Davide. Non è stato semplice, a volte ho avuto la sensazione di fare l’allenatore nei ritagli di tempo, perché c’era soprattutto da organizzare partendo da zero. Dare tempi, superare i problemi di logistica e gestione quotidiana di tutti quei momenti che nel nostro calcio sono routine, ma laggiù sono novità assolute. Alla fine la squadra è cresciuta, ha giocato fino all’ultima giornata per un posto nei playoff, perdendolo con qualche rammarico ma con la consapevolezza di aver vissuto una stagione positiva”.
Belle sensazioni, insomma. E un’esperienza che arricchisce, Da portarsi dentro con orgoglio.
“L’India è un paese pieno di fascino, ma anche di contraddizioni. Vive di situazioni opposte ed estreme, la povertà ti salta addosso ad ogni angolo di strada, ma a farle da contraltare c’è una società, certamente meno numerosa, che naviga nel benessere anche esagerato, a volte. E’ un paese che vuole crescere, e ha deciso che il calcio può essere uno strumento per questa crescita, per guadagnare posizioni e considerazione a livello internazionale. Ed è anche, per molti, un business importante”.
Natale con i tuoi, come si dice. Magari pensando a un ritorno.
“Non lo escludo, vedremo se la cosa andrà avanti. Ma se ne parlerà nel 2015. Quello è un campionato che ha tempi brevi, condizionato com’è da monsoni e clima tropicale. Intanto, sono qui e torno nel mio giro di sempre”.
A Bologna, più vicino anche al basket. Sport che l’ha sempre affascinata. E a una squadra verso la quale non ha mai nascosto la sua simpatia.
“Sono cresciuto nel clima del derby, le storie nate dalla lunga sfida tra Virtus e Fortitudo sono pagine intense dello sport cittadino. Devo dire però che sono diventato un frequentatore di palazzetti quando allenavo a Reggio Calabria, e là ho visto venire alla luce il talento di Ginobili, oltre a veder giocare gente come Delfino e “Micio” Blasi. Quando sono tornato a Bologna, ho preso una strada precisa. Mi sono avvicinato alla Virtus. Non posso dire da tifoso accanito, ma da appassionato sì. Non esperto, ma curioso del basket. E’ un gioco che mi affascina, mi appassiona, mi piacciono i suoi cambi di ritmo, e il fatto che non ci sia mai nulla di scontato. E’ un gioco che va di corsa, apparentemente senza darti il tempo di pensare, e invece dietro c’è tanto ragionamento”.
Al timone della Virtus, da un anno e mezzo, c’è una sua vecchia conoscenza, Renato Villalta.
“Un amico. Siamo coetanei, classe 1955 e lui è nato appena tre giorni prima di me. Abbiamo condiviso, da atleti, un lungo periodo dello sport bolognese, fino ai primi anni Ottanta. Poi lui restò e io presi altre strade, da giocatore. Che dire? Credo che sia semplicemente l’uomo giusto al posto giusto. Se si dice Villalta, nel mondo del basket, resta poco altro da dire. E’ uno che ha fatto la storia di questo sport. Ha dato tanto da giocatore, e ora tutto quello che ha immagazzinato lo sta dando alla Virtus da dirigente. Ed è una ricchezza”.
Andrà a salutarlo, alla Unipol Arena?
“Sì, ho voglia di rivivere il clima del palazzetto. Andrò presto a vedere questa nuova Virtus di Renato. E a fare il tifo per il suo progetto”.

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