Intervista a coach Marco Guerriero: "Onorato di essere stato accostato a Battipaglia, l'obiettivo è tornare su palcoscenici importanti"

Raccontare la storia di coach Marco Guerriero finisce irrimediabilmente col costituire un entusiasmante viaggio nel corso del quale le destinazioni raggiunte fanno il paio con un elemento che le accomuna e che fa rima con una viscerale passione per la palla a spicchi.

Formatore Cna Fiba ed originario di Salerno, l’ex allenatore di Gualdo e Jesi tra le altre è indissolubilmente legato ad uno sport che ha marchiato a fuoco una vita in giro per l’Italia col proposito di inseguire un sogno divenuto realtà in virtù di una impressionante forza di volontà abbinata alla preparazione tattica che lo contraddistingue.

Il suo nome è noto a tanti nel panorama nel basket nazionale e regionale, in molti hanno avuto il privilegio di incontrare “The Warrior” e a tutti il coach – cresciuto cestisticamente ad Orvieto – ha lasciato qualcosa di significativo.

I momenti importanti e quelli estremamente complessi non sono mancati nel processo di crescita di un allenatore che ha avuto il coraggio e la determinazione di prestarsi a quella sacrosanta gavetta, termine ormai tristemente scomparso dai dizionari del Belpaese (attinenti allo sport ma non solo), espletata con esperienze  formative tanto in seno alla pallacanestro maschile  (in Promozione, Serie D, C e B)  quanto sulle panchine a tinte rosa (per lui trascorsi da capo-allenatore in A2 e B oltreché da vice in A1) senza tralasciare l’impegno nel settore giovanile della Mens Sana Siena accanto a mostri sacri del calibro di Simone Pianigiani e Giulio Griccioli.

Basta poco per fare un ritratto del protagonista di questa intervista, un uomo di sport il cui entusiasmo trascina tutto e tutti in una spirale di momenti che – in un intreccio a tratti favolistico – rappresentano un plot narrativo che potrebbe ragionevolmente ispirare una sceneggiatura cinematografica; a fronte delle vicende che lo riguardano, coach Marco Guerriero ha saputo sempre e comunque rialzarsi rispondendo colpo su colpo a situazioni complesse da cui è stato capace di trarre linfa vitale per lottare senza arrendersi mai. Un guerriero, appunto.

Nelle ultime settimane il suo nome è fortemente rimbalzato nell’orbita del basket campano in relazione ad un presunto interessamento da parte della Treofan Battipaglia, ormai orfana da tempo dell’ex allenatore Ciro Cardinale: attualmente la compagine cara al patron Giancarlo Rossini sta vagliando il nome nuovo che sarà chiamato a guidare una squadra che punterà a raggiungere una salvezza tranquilla nel prossimo, ostico campionato di Serie B e – a tal proposito – i giochi non sembrano ancora fatti per quanto, nelle ultime ore, la candidatura del navigato Manuel Scotto sembra aver scalzato le restanti.

Al di là di quanto potrà accadere attorno al sodalizio battipagliese, Marco Guerriero vuole tornare ad allenare su palcoscenici importanti e – nel corso di questa interessante intervista – c’è stato modo di affrontare con lui diverse tematiche relative alla pallacanestro italiana.


L’intervista

– La prima domanda non può inevitabilmente che riguardare la tua persona e le tante esperienze professionali vissute in una carriera nel corso della quale il viaggio è un tema ricorrente che fa da sparring partner all’amore viscerale nei confronti della pallacanestro. Chi è Marco Guerriero e come è diventato la persona che oggi come non mai intende tornare a calcare palcoscenici importanti?

«Il mio cuore è indissolubilmente legato alle mie origini che sono salernitane e devo dire che custodisco con forte senso storico il legame con la città che porto nel cuore e che torno a visitare ogni qual volta ne ho l’opportunità. Dal punto di vista prettamente cestistico, nasco in Umbria, ho studiato ad Orvieto e lì è nata la voglia matta di allenare. Questa passione mi ha portato ad essere protagonista in piazze importanti, penso a Priolo, Arezzo, Taranto, Perugia, Todi e Fidenza tra le altre. Come è facilmente intuibile, il mio è un animo piuttosto girovago sebbene – dal punto di vista professionale – riconosco che il passaggio chiave della mia carriera è stato il treno Montepaschi Siena, realtà sportiva dove ho avuto il privilegio di lavorare nel settore giovanile accanto a personaggi del calibro di Simone Pianigiani e Giulio Griccioli. Quest’ultimo in particolare è stato un punto di riferimento per la mia crescita e, a distanza di anni, non posso che continuare a ringraziarlo per tutto ciò che ha aggiunto al mio bagaglio.

Poi, come per ogni allenatore, ci sono state diverse esperienze che mi hanno portato ad essere la persona che sono oggi, momenti belli ed altri estremamente complessi: ho avuto la fortuna di vincere campionati in Umbria e di vivere esperienze formative su panchine quali Bolzano, Potenza e Campobasso. La prima in particolare che ho citato è stata davvero complessa per tutto ciò che è successo in seno alla società e che mi ha portato ad inquadrare in anticipo certe cattive situazioni che hanno ahimé a che fare con alcune realtà della pallacanestro nostrana».

– A proposito delle tue ultime esperienze da allenatore, impossibile tralasciare un delicato passaggio attinente all’interruzione del rapporto professione con Gualdo. Avevi costruito una squadra importante che, nel momento del tuo allontanamento, stava esprimendo una pallacanestro importante in linea con gli obiettivi societari e che aveva saputo fare da volano nel riportare entusiasmo in una piazza la cui passione era andata scemando negli anni addietro. Cosa è successo?

«Gualdo è una piazza che ho sempre rincorso dai tempi della Serie B. La scorsa stagione è stato un piacere ricevere la chiamata della società e ho accettato la proposta con grande entusiasmo. La società voleva effettivamente riportare entusiasmo in una realtà che aveva un po’ perso il legame con la propria squadra di pallacanestro. A ben vedere, mi erano state affidate le chiavi della squadra e, pur con un budget limitatissimo, eravamo stati capaci di allestire un roster davvero importante all’interno del quale avevo aggiunto elementi del calibro di Pecchia, Servadio e Toppi. Inoltre, ho avuto la fortuna di visionare dei profili interessanti nell’Academy di Fabriano riuscendo a scovare due ragazzi, Obi e Van Wijngaarden, che hanno fatto grandi cose nel corso della stagione. Siamo stati capaci di creare un’ottima organizzazione di squadra nonché un gruppo importante dal punto di vista delle qualità umane che ha saputo riportare grande entusiasmo nella piazza. Ricordo ancora la vittoria con Viterbo dinnanzi a 700 persone, è stato un momento straordinario. 

L’interruzione del rapporto professionale? Non conosco le motivazioni, sono stato allontanato dopo la vittoria con Umbertide e la squadra stava conseguendo ottimi risultati. C’erano stati diversi incontri con la società in precedenza nel corso dei quali l’altra parte lamentava questioni di minutaggio non graditi nei confronti di alcuni elementi che componevano il roster ma io sono un allenatore ed il mio obiettivo è sempre e comunque mettere il bene della squadra dinnanzi a tutto facendo esprimere al meglio i giocatori che ho a disposizione in virtù dell’impegno profuso e della qualità che possono garantire in mezzo al campo. E’ verosimile, insomma, pensare che l’esonero abbia motivazioni che non possono essere cercate nei risultati, sono rammaricato per come è finita perché alla guida di quella squadra avremmo potuto ottenere risultati importanti ma il basket è anche questo».



– E a seguire c’è stata l’esperienza in D ai Titans di Jesi…

«E’ stato fantastico, i ragazzi di Jesi mi hanno contattato e chiesto se avessi potuto dargli una mano. Era un momento complesso per me in relazione a quanto accaduto a Gualdo ma ancora una volta la passione ha preso il sopravvento. Sono andato lì gratis ed è stata l’ennesima bella sfida personale. Sono subentrato in panchina come terzo cambio e non è affatto facile quando devi gestire uno spogliatoio spaccato in cui le idee tattiche dei predecessori devono essere pian piano accantonate per sviluppare il tuo credo cestistico. Abbiamo fatto grandi cose sfiorando persino i playoff che non siamo stati in grado di accaparraci per la mera differenza canestri. Ai playout abbiamo chiuso con un secco 2-0, è stata un’esperienza importante che porto nel cuore».

– A proposito di momenti entusiasmanti, il tuo rapporto con la Summer League è senz’altro uno di questi…

«E’ vero, ho un rapporto speciale con la Summer League. Il battesimo del fuoco avvenne a Sant’Antimo e da quel momento ne ho disputate diverse, l’ultima delle quali quest’anno a Roseto. Ritengo la Summer League un’esperienza incredibilmente formativa per un allenatore di pallacanestro perché aggiunge tanto dal punto di vista metodologico. In questo contesto, l’allenatore prende una squadra che non conosce ed è chiamato a dare a questo gruppo di ragazzi una identità specifica in poco tempo. E’ chiaro che per farlo non puoi ricorrere a scorciatoie ed è inevitabile dover investire anche e soprattutto sui rapporti umani. A Roseto abbiamo giocato una buonissima pallacanestro, vincere dinnanzi a quattromila persone è straordinario e a dirla tutta non vedo l’ora di vivere la prossima edizione».



– Questa estate hai vissuto un’altra esperienza estremamente formativa, precisamente a Valencia. Cosa hai avuto modo di approfondire?

«E’ esattamente così. Sono stato ospite a Valencia di Alessandro Di Pasquale, ex allenatore di Benevento e Campobasso. Lui ha fatto una scelta coraggiosa decidendo di spostarsi in Spagna con la sua famiglia e, proprio questa estate, ho avuto modo di studiare da vicino l’accademia giovanile del club iberico. E’ un progetto davvero meraviglioso quello che stanno portando avanti e ne approfitto per complimentarmi con Di Pasquale per la sua promozione nella cantera di Valencia, dove avrà il privilegio di occuparsi del settore giovanile femminile. In Spagna c’è grande entusiasmo e la pallacanestro si vive con leggerezza e passione».


– Passiamo alla stretta attualità: non è un mistero che, negli ultimi giorni, il tuo nome sia stato ripetutamente e da più parti accostato alla panchina della Treofan Battipaglia. Il club caro al patron Giancarlo Rossini – che nel corso della stagione agonistica ormai alle porte prenderà parte al campionato di Serie B –  è attualmente privo del proprio capo-allenatore dopo la separazione da Ciro Cardinale. Quali sono le tue sensazioni e cosa puoi dire in merito a questi rumors?

«Innanzitutto, vorrei dire che il movimento cestistico campano è nuovamente in crescita e sottolineare questo aspetto mi sembra doveroso dopo anni in cui le difficoltà non sono certamente mancate. Malgrado questo, diverse realtà sportive hanno saputo lottare e garantire una continuità importante in un momento storico in cui è difficile investire davvero nella pallacanestro. Le compagini salernitane, a tal proposito, hanno continuato ad essere punti di riferimento rilevanti nel panorama regionale e nazionale e questo – ripeto – è tutt’altro che scontato per cui ritengo debbano essere lodate per quanto fatto. Faccio i miei più sentiti complimenti, dunque, a realtà quali Salerno, Battipaglia e Bellizzi, quest’ultima protagonista di una ascesa importante anche e soprattutto in virtù di un assetto societario solido in cui competenza e professionalità non mancano. Per quanto concerne la situazione a Battipaglia sono evidentemente onorato del fatto che il mio nome sia stato affiancato ad una società importante ed ottimamente gestita da anni con lungimiranza dal presidente Rossini. L’idea di una polisportiva è fantastica e lui è stato un precursore in questo senso considerando anche le ovvie difficoltà gestionali quando ti trovi ad avere a che fare con basket maschile, femminile e giovanile…il tutto a livelli molto importanti. Ripeto, sono onorato di questo interessamento, non so cosa accadrà in futuro, quel che è certo è che io intendo rientrare quanto prima su certi palcoscenici e la Serie B lo è certamente. Come detto, sono legato alle mie origini e sarebbe fantastico poter lavorare in Campania».

– Che idea ti sei fatto della Treofan Battipaglia che sta per iniziare ufficialmente la propria stagione?

«E’ una squadra importante che ritengo possa centrare gli obiettivi individuati dalla società. Nonostante le difficoltà che qualunque gruppo si porta dietro quando manca un allenatore, anche nel test di ieri a Pozzuoli hanno dimostrato di avere grinta e determinazione e di poter competere con le compagini che prenderanno parte all’ostico campionato di Serie B. Chiunque avrà la fortuna di sedere sulla panchina di Battipaglia, troverà un gruppo di ragazzi pronto a tutto pur di vendere cara la pelle».

– E poi c’è la Renzullo Salerno che si affaccia alla prossima stagione con obiettivi importanti…

«Il progetto di Salerno è davvero entusiasmante e devo rinnovare i complimenti alla società per quanto fatto nella scorsa stagione e durante questa offseason. Impossibile non fare il nome di Pino Corvo, lui è un grandissimo dirigente e lo ha dimostrato in questi anni ottenendo risultati incredibili dove ha avuto modo di lavorare. Stesso discorso per Orlando Menduto che ha eredito un gruppo importante dopo l’allontanamento di Paternoster ma ha saputo gestirlo alla grande rendendosi protagonista di un finale di stagione davvero esaltante».

– Ancora a proposito di mercato: confermi, nel corso di questa estate, un doppio interessamento nei tuoi confronti da parte di Napoli e Catanzaro?

«Con l’ex presidente di Napoli, Ciro Ruggiero, ci siamo sentiti ad inizio luglio prima della cessione dell’attività alla nuova cordata e in quell’occasione lui aveva espresso grande stima nei miei confronti e il discorso si sarebbe potuto concretizzare solo laddove anche i nuovi responsabili si fossero detti d’accordo nei confronti di un profilo come il mio. La loro scelta è stata evidentemente diversa in quanto ricercavano un allenatore reduce da una esperienza importante in Serie B con la scelta che è poi inevitabilmente ricaduta su Lulli. 

Per quanto concerne Catanzaro, ho avuto un colloquio conoscitivo col presidente Procopio e la trattativa ha seguito diverse fasi in cui si sono susseguiti quasi ciclicamente alti e bassi. Alla fine, entrambe le parti si sono accorte che non era il caso di proseguire perché alla ricerca di qualcosa di vicendevolmente differente».

– Ancora a proposito di Serie B e basket campano: che sensazioni hai in vista del prossimo campionato di Serie B a cui prenderanno parte diverse realtà sportive della Campania?

«Sarà una stagione senz’altro entusiasmante con realtà importanti quali Napoli, Caserta e la stessa Salerno che vorranno fare benissimo nonostante la concorrenza non manchi: è difficile stilare una griglia di favorite perché nel girone D i campi sono molto caldi e riuscire a fare risultato in trasferta non è mai facile. Ritengo che tutte le compagini campane possano ben figurare e raggiungere gli obiettivi prefissati in questa estate dai rispettivi front office».

– Allarghiamo un po’ il campo, qual’è, ad opinione di Marco Guerriero, la condizione in cui versa il basket italiano di oggigiorno?

«Le cose non vanno alla grande, è evidente ma è un discorso complesso che non può non partire dal settore giovanile. Lo scorso anno a Gualdo giocavo con diversi ragazzi classe 98 e 99 e ritengo questo uno step fondamentale. Avere alle spalle un settore giovanile solido aggiunge tantissimo ed è divenuta condizione necessaria e fondamentale per la nostra pallacanestro. E’ giusto oltreché piacevole allenare senior importanti ma è ancor più determinante lavorare con i più giovani. Nella mia carriera ne ho lanciati tanti, il segreto è smetterla di guardare sempre e soltanto ai risultati ma concentrarsi sulla crescita dei ragazzi. In questo momento possiamo contare su un settore giovanile femminile importante e dobbiamo continuare a lavorare in questo senso dando fiducia e minuti considerevoli a queste ragazze. Stesso discorso per la maschile. Qui stiamo sì crescendo  ma siamo ancora indietro rispetto a Spagna, Turchia e Grecia: ci sono tantissimi ragazzi giovani che continuano a far panchina e che non hanno modo di esprimere le proprie qualità e lavorare per una crescita concreta che passa necessariamente dall’esperienza maturata sul parquet. Il punto focale è questo: c’è una linea Maginot che – come sistema basket – non riusciamo proprio ad oltrepassare…»

–  E gli allenatori che ruolo hanno in questa empasse?

«Gli allenatori hanno un peso specifico rilevante in questo scenario: in categorie quali la C Gold o la B un allenatore deve anche e soprattutto essere un professionista che vive a pieno l’ambiente in cui è coinvolto dal punto di vista professionale. Deve stare a contatto col settore giovanile, parlare con i colleghi, vedere le partite dei ragazzi che un giorno entreranno a far parte della prima squadra. La comunicazione, in questo senso, è fondamentale: se si capisce questo, allora avremo possibilità di tirarci fuori da questa crisi».

– L’ultima domanda non può che riguardarti in prima persona: quali sono gli obiettivi Marco Guerriero per il futuro?

«Come detto, voglio tornare ad allenare a certi livelli. Il fatto che in tanti spendano belle parole nei miei confronti è un attestato di stima importante che mi ricorda tutto quello che ho fatto per amore di questo sport. Vivo la pallacanestro con la solita passione che mi contraddistingue e l’idea di poter tornare protagonista mi riempe il cuore di gioia».

 

 

 

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About The Author

Carmine Lione Carmine Lione è uno scrittore e giornalista freelance, laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Salerno. Attualmente iscritto al Corso di Laurea in “Lingue e Culture Straniere” presso l'Ateneo di cui sopra, ha collaborato con varie testate giornalistiche, tra cui zerottonove.it. Ha ricoperto l'incarico di Capo Addetto Stampa della società cestistica Polisportiva Battipagliese ed attualmente presta la sua voce per le telecronache del Basket Bellizzi in onda su LiraTv e del Salernum Baronissi per l'emittente SeiTv. Per quanto concerne la scrittura, nel corso della sua esperienza artistica, ha pubblicato due opere: “Tempi Moderni”, raccolta di racconti edita dalla casa editrice Gruppo Albatros Il Filo e “Luce al neon”, primo romanzo autopubblicato.