Intervista ESCLUSIVA - A tu per tu con...Gaetano Gebbia

Dalla Viola Reggio Calabria alla Nazionale Under 16, nessuno meglio di Gaetano Gebbia è in grado di poter analizzare il momento del basket giovanile italiano. Con lui abbiamo chiacchierato a 360° del presente, di cosa (non) va e di quello che si attende in futuro, sia a livello di movimento che personale.

Coach, lei ha raccolto tanti risultati sia a livello senior che con le squadre giovanili: quali sono le maggiori differenze nel lavoro e nell’allenamento?

La differenza è solo una: una squadra senior deve sempre puntare ad ottenere il risultato richiesto, con le giovanili, invece, la ricerca del risultato c’è, ma è una componente del un processo di crescita al quale vengono sottoposti i ragazzi. Gli obiettivi che una squadra senior può perseguire sono tanti, dallo scudetto, alla salvezza alla disputa dei play-off, mentre con i giovani l’obiettivo principale è quello di farli maturare e crescere anche attraverso la ricerca del risultato, perchè la competizione è parte del loro essere sportivi, ma prima di tutto viene la crescita, sotto tutti i punti di vista, sia umano che come giocatore. E’ pur vero che in molte squadre senior si possono incontrare tanti ragazzi della juniores, e in questi casi il dovere di un coach è quello di migliorare, indistintamente, tutti i componenti del roster, anche i più esperti”.

Come giudica l’impatto dei giovani nei maggiori campionati nazionali? Secondo lei sono tutelati o si potrebbe fare qualcosa di più per agevolarne la crescita?

I giovani non devono crescere sotto tutela, semplicemente devono essere messi nelle condizioni di esprimere le loro potenzialità, tenendo conto che ogni minuto giocato deve essere guadagnato, quindi sono contro a qualsiasi idea di minutaggio minimo garantito o altro. Tuttavia la questione dei giovani è complessa da un doppio punto di vista: dal lato dei giovani ci troviamo di fronte a cestisti che non hanno ancora acquisito la mentalità giusta per calarsi in una realtà come quella del basket italiano che è completamente cambiata negli ultimi anni, questo comporta che i giovani non sono più abituati a lavorare su se stessi, anche lontano dal campo di allenamento o durante la pausa estiva, e qui la colpa, a mio parere, è degli allenatori che non sono riusciti ad educarli. Oggi i giovani sono gestiti, fin dalla più tenera età, da procuratori e sanno che, prima o poi, un ingaggio riusciranno ad averlo, per questo non si impegnano a mettersi in mostra o in luce. Dall’altro lato, poi, ci sono le stesse società che prima erano interessate a far crescere in casa i propri talenti, ma ora questa mentalità è venuta a mancare. In più, la Federazione non è ancora riuscita a creare un campionato di sviluppo che, secondo me, permetterebbe a tutti i nostri giovani, di talento o meno, di poter giungere a piena maturazione in un campionato adeguato alla loro preparazione. La regola degli under è del tutto fallimentare, le leghe minors non sono votate ad accogliere i giovani e così, mettendo insieme tutti questi fattori, non possiamo che lamentarci della situazione attuale”.

Nel panorama cestistico italiano, quali sono i giovani nei quali ripone le maggiori aspettative?

Federico Mussini credo sia una scelta condivisibile da tutti, poi vedo bene Andrea La Torre, che a Biella avrà una grande opportunità di crescere. Di giovani ce ne sono, ma anche giocatori non più giovanissimi che potrebbero essere maggiormente valorizzati. In un campionato di sviluppo, con un roster composto da giocatori di massimo 20 anni, con un paio di over, i giovani avrebbero modo di prepararsi al meglio ai campionati superiori e non perdersi per strada, ma per ora resta solo utopia. Il problema reale per il quale manca un campionato di sviluppo è di tipo socio-sportivo, con le diverse società e la Federazione che non riescono a mettersi d’accordo per trovare una soluzione”.

A livello giovanile le nostre Nazionali hanno ottenuto buoni risultati durante l’estate. Può essere questo un nuovo punto di partenza per il movimento?

Le vittorie estive non cambiano le valutazioni fatte finora; i risultati delle Nazionali giovanili, che oscillano tra buoni e discreti, sono solo il frutto del lavoro che si fa nelle società, per questo si può solo auspicare che le stesse possano fare sempre di più in ambito giovanile. Le diverse Nazionali possono solo sfruttare il lavoro fatto dalle società, perchè i giovani non hanno delle reali possibilità di lavorare durante i raduni. Se i giocatori sono bravi i risultati arrivano, sennò non c’è nulla da fare. C’è bisogno di giocatori di buon livello che arrivano in Nazionale, ma per far questo è fondamentale il lavoro delle società”.

Dunque come vede il futuro del basket giovanile italiano?

Se non cambia qualcosa lo vedo con parecchie perplessità; la realtà è questa: i giovani non sono adeguatamente preparati dal punto di vista individuale, fisico e tecnico. C’è bisogno di un cambiamento forte, altrimenti con il passare degli anni muteranno i nomi, ma i problemi resteranno sempre”.

Un suo personale giudizio sul campionato di serie A che inizierà tra meno di un mese?

Secondo me le squadre che hanno cambiato poco e hanno dimostrato continuità tecnica, sia dal punto di vista dei giocatori che del coach, sono quelle che partono con un vantaggio ed hanno più possibilità di confermarsi, in questo senso penso a Venezia, Reggio Emilia e Sassari; le squadre che si sono rivoluzionate e che hanno cambiato tanto, invece, come ad esempio Milano, anche se per storia e blasone parte sempre tra le più accreditate del campionato e come il team da battere, credo che farà più fatica e pagherà, in termini di risultati, tutte queste variazioni”.

Tra le squadre che hanno cambiato meno aggiungerei anche l’Aquila Trento, con la quale ha iniziato un progetto di collaborazione: di cosa si tratta?

L’Aquila Trento è una società emergente, e come tale si sta giustamente occupando anche della promozione del territorio attraverso la Trentino Basket Academy, della quale mi occupo in prima persona. L’obiettivo del progetto, di cui la Dolomiti è fulcro centrale e riferimento, è quello di creare delle sinergie con le altre realtà sportive del Trentino, non solo nel mondo del basket, per condividere tutti assieme metodi comuni di allenamento e di gestione delle società, in un processo di crescita che non riguarda solo i giocatori, ma anche gli spazi tecnici e le diverse cariche dirigenziali”.

Da protagonista, invece, si siederà sulla panchina del Val Gallico: come mai questa scelta?

Il Val Gallico è una società di Reggio Calabria che disputerà il campionato di serie C Silver, nata quest’estate dalla fusioni di due realtà del territorio, con una che ha fornito il titolo sportivo e l’altra il campo di allenamento, oltre ovviamente ai giocatori di entrambe, per la maggior parte under 18. L’idea è nata un po’ dall’analisi fatta prima sul momento del basket giovanile e dalla volontà di fornire ai giovani un’esperienza particolare, volendo così supplire alle lacune attuali, garantendo un contesto di allenamento qualificante ed un campionato adeguato al loro livello, soprattutto al Sud dove le possibilità sono minori. L’obiettivo del progetto ribattezzato “Basket Insieme” e quello di creare un esempio al quale, speriamo, possano ispirarsi tante società per aiutare il basket giovanile italiano”.

(foto www.icoachforyou.it)

Giuseppe Raiola

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