La storia di Okaro White

da sito ufficiale Virtus Bologna:

La storia di Okaro White

Ogni anno, da oltreoceano, arrivano nel nostro campionato decine di giocatori Usa. Talenti emergenti o consolidati che atterrano in Italia pronti a fare la differenza. Le difficoltà di adattamento – fisico, tecnico e di abitudini – sono la prima cosa con cui si scontrano. Di alcuni, poi, ci si vuole liberare il prima possibile. Altri invece partita dopo partita conquistano il cuore dei tifosi. E’ questo il caso di Okaro White, che si sta inserendo perfettamente nel sistema di gioco di Coach Valli, guadagnando spazio e visibilità. In un bell’articolo pubblicato sul sito All-Around.net, Nicolò Fiumi lo racconta, ripercorrendo la sua storia come giocatore e il suo arrivo in bianconero.

2.03 metri per 91 chilogrammi. 212 centimetri di “apertura alare” che lo portano a raggiungere i 268 centimetri in piedi con le braccia alzate. 83 centimetri di elevazione saltando da fermo. Signore e signori, queste sono le misure di Okaro White, uno dei rookies della Virtus Bologna, e sicuramente il giocatore più intrigante ed elettrizzante al momento nel roster dei bianconeri. Come molti sapranno, basta andare su youtube e digitare il suo nome nella stringa di ricerca per trovare una lista interminabile di suoi video in cui è impegnato a volare sopra il ferro per schiacciare o stoppare qualsiasi cosa si muova. White è una delle scommesse di Bruno Arrigoni per la stagione 2014/2015 e che si sta rivelando come piacevole sorpresa. Dopo un inizio non semplice, nelle ultime tre partite l’ex Florida State University sta iniziando a trovare la sua dimensione: 12.7 punti, 6 rimbalzi, 2.3 recuperi, 2 assists e altrettante stoppate (specialità della casa) con 18 di valutazione media. Proprio qualche giorno fa contro la Reyer Venezia ha giocato la miglior partita della sua giovane carriera europea. White ha il non facile compito di calarsi nel basket d’oltreoceano per due motivi principali: l’età giovanissima, essendo appena uscito dal college e con un anno d’età in meno rispetto ai normali senior universitari, e un ruolo ancora non ben definito. Si tratta, infatti, del classico esempio di tweener tra i ruoli di 3 e 4, dove manca il tiro da fuori (su cui però lavora molto intensamente, e in cui lui stesso ha molta fiducia) per giocare esterno e il peso per andare a fare a botte nei pressi del pitturato. Ma al momento il campo sta mostrando un ragazzo voglioso di imparare e i suoi miglioramenti sono lampanti, anche solo da una partita all’altra. L’impatto difensivo è assicurato dal suo atletismo e dalle braccia lunghissime che gli permettono di recuperare anche in caso di errori di posizionamento o lettura (che ci sono e andranno eliminati), mentre in attacco, oltre ai balzi sopra al ferro, ha dimostrato di poter già essere discretamente pericoloso col tiro dalla media (parecchio brutto da vedere), mentre la conclusione dall’arco è un progetto ancora in divenire, pure se al suo ultimo anno di college ha chiuso col 37%. Un percorso, il suo, che come detto lo ha portato a Florida State University (dove è recordman per partite giocate, senza averne mai saltata una in 4 anni di permanenza), partendo però da Brooklyn, dov’è nato il 13 agosto 1992 e ha passato i primi 10 anni della sua vita. Poi il trasferimento in Florida, a Clearwater, per avvicinarsi alla nonna materna.

Un cambio di vita non semplice: “Ero abituato a vedere grattacieli e neve e improvvisamente mi ritrovai in un contesto rurale e con un clima caldissimo”. Da lì il primo abboccamento serio con gli sport organizzati. Ma non col basket: “Facevo schifo! Davvero, e lo riconoscevano tutti. Ero troppo aggressivo e uscivo sempre per falli”. E quindi, il giovane Okaro vira sul football, che in Florida ha una discreta tradizione. Gioca quarterback e safety. E butta pure un occhio all’atletica. Inevitabile, dal momento che la mamma è un ex membro della nazionale olimpica giamaicana di atletica leggera. Charmine White, una figura fondamentale e determinante nella sua vita, sia per il ruolo avuto nell’educazione e nella crescita del ragazzo, sia perché è proprio lei che, nonostante le difficoltà, lo incoraggia a lavorare per migliorarsi con la palla a spicchi e lo spinge a dedicarsi unicamente a quello sport. L’estate tra la seconda e la terza media, poi, fa il resto, “regalandogli” un’improvvisa crescita di quasi 15 centimetri: “Avevo male dappertutto, alle ossa, alle ginocchia”. A quel punto, con quell’altezza e quelle doti atletiche (un fatto anche di DNA, visto che oltre alla madre atleta, in famiglia c’è pure un nonno, paterno, di quasi 2 metri e 10) il passaggio al parquet è cosa fatta. Entra nella squadra della Clearwater High e i primi segnali incoraggianti non tardano ad arrivare: “attorno ai 15 anni migliorai moltissimo”, tanto che nel suo anno da senior porta i suoi Tornadoes alla finale per il titolo regionale, venendo eletto miglior giocatore della Contea e tenendo medie di 17 punti, 9 rimbalzi e 2 stoppate a partita. A quel punto la sua considerazione tra gli scout collegiali è abbastanza alta e si trova a poter scegliere tra diverse offerte di università prestigiose: oltre a FSU, Florida, Georgia Tech, Indiana, Miami e Clemson: “Volevo rimanere a giocare in Florida, così che mia mamma e ma nonna potessero venire a vedermi più facilmente. Visitai sia il campus di Florida che di Florida State e quest’ultimo mi sembrò più genuino, più familiare. A Gainsville [sede di Florida] ebbi la sensazione di non poter avere le stesse opportunità, a livello di esperienza universitaria extra cestistica, che avrei avuto a Thalahassee [sede di Florida State]”.

E così la sua carriera con i Seminoles di coach Leonard Hamilton ebbe inizio. E il suo impatto non si fece attendere. Anche per via di un infortunio che tolse di mezzo il titolare Chris Singleton (poi in NBA, oggi in Cina) sul finire di stagione, White giocò in quintetto le ultime 13 partite, chiudendo la stagione con numeri di rilievo per un freshman e arrivando fino alle Sweet Sixteen del torneo NCAA. Così per il suo anno da sophomore le attese erano parecchie elevate, ma il suo rendimento in campo non fu all’altezza deludendo un po’ le aspettative, anche se a livello di squadra fu la sua miglior stagione con la vittoria del titolo nella ACC e una nuova partecipazione alla March Madness NCAA. L’esplosione tanto attesa però, arrivò l’anno seguente, in una squadra dove si trovò ad essere uno dei cardini: 24 doppie cifre in punti segnati su 34 partite, 3 doppie doppie, una prestazione da 20 punti, 9 rimbalzi e 6 stoppate contro Maryland, 12.4 punti e 6 rimbalzi di media a fine stagione col 51% dal campo. A quel punto, a fine stagione, per lui c’era anche la prospettiva dell’entrata al Draft NBA, scelta che peraltro sarebbe stata logica, considerata la mancanza di talento della classe di giocatori che sarebbe stata scelta quell’anno e la profondità, al contrario, del Draft dell’ultima estate. Ma Okaro aveva una promessa da mantenere: “avrei potuto cominciare a giocare da professionista dopo il mio anno da junior, ma volere rendere orgogliosa mia mamma e laurearmi – le sue parole – Studiare e giocare non è stato semplice. Mi divertivo tantissimo dentro e fuori dal campo, le distrazioni non mancavano. Ma sono cresciuto, ho imparato ad avere equilibrio nella vita e alla fine ho capito quanto sia importante ottenere un titolo di studio.” Il titolo di studio arriverà, alla fine del suo anno da senior, lo scorso maggio, in scienze sociali. Sorprendendo anche i suoi stessi professori, iscrivendosi anche a corsi specialistici avanzati cui, solitamente, gli studenti-atleti non prendono parte, poiché troppo impegnativi. Un chiaro segno della maturità, non scontata, del ragazzo, desideroso di cogliere tutte le opportunità, non solo sportive, che l’esperienza universitaria potesse regalargli, come testimoniato da uno dei suoi professori: “Okaro aveva una personalità spiccata che lo portava a socializzare molto. Ma era anche uno studente molto partecipe alle lezione, che ci teneva a dare la propria opinione nel corso delle lezioni, cosa assolutamente inusuale per un atleta. Aveva perfettamente capito l’importanza di seguire i corsi e laurearsi. Ha lavorato sodo ed è stato un piacere averlo con noi.” Tornato dunque per il suo ultimo anno di college, White conferma le sue doti, giocando una stagione solida (13.6 punti, 6.8 rimbalzi, 1.2 stoppate) e uscendo con una discreta reputazione con cui affacciarsi al mondo dei pro.

Partecipa al Portsmouth Invitational Tournament, chiudendo con 9 punti e 3 stoppate di media. Gira come una trottola per sostenere provini in giro per gli Stati Uniti: Detroit, Los Angeles, Memphis, Oakland, Orlando, Washington nell’arco di pochissimi giorni, come gli era capitato solo nel suo anno da senior alla high school, quando, parte di una selezione statale per la Nike, coprì oltre 15 mila chilometri in 10 giorni: “Ma era diverso ed ero più giovane. Non era stancante come lo è adesso giocare per dieci giorni di fila tre partite al giorno con pochissimo sonno sulle spalle”. Nonostante gli sforzi, le possibilità di venire scelto al piano di sopra sono basse, e infatti la chiamata al Draft non arriva. Prova allora la strada delle Summer League con i Memphis Grizzlies e fa buona figura. Non quanto basta per raggiungere la NBA dalla porta di servizio ma abbastanza da convincere Giorgio Valli e Bruno Arrigoni, presenti a Orlando per vederlo dal vivo, a offrirgli un contratto (accettato nonostante nonostante l’invito al Training Camp dei Grizzlies) con la Granarolo, giovane e bisognosa di giocatori pronti a mettersi in gioco per emergere nel mercato europeo. E così siamo ai giorni nostri, con un giocatore che è già nel cuore dei tifosi grazie alle sue doti atletiche e al suo impegno, ma ha chiaramente dimostrato di poter diventare ben di più di un semplice schiacciatore. Certo, servirà tanto lavoro in palestra (anche in sala pesi, nonostante abbia preso 12 chili dal suo ultimo anno di liceo) e voglia di migliorarsi, ma, come insegna la sua storia, la dedizione alla causa non è certo un qualcosa che gli manchi.

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