L'altro basket di Villalta

L’altro basket di Villalta

“Dei miei tempi non è rimasto nulla. Serve talento, non soldi”

WALTER FUOCHI

LA VECCHIA Virtus si salverà, perché in giro c’è di peggio, ma si può spacciare una salvezza come specchio delle sue brame alla Bologna che vinceva coppe e scudetti?

Renato Villalta deve aver capito che era più facile trionfare da giocatore che resistere da presidente, avendone ieri magnifiche doti e oggi casse avare, come quasi tutti, eppure prova a guardare avanti. «Ruoli diversi, era dura allora

come adesso. I rimpianti sono semmai per l’età che corre».

Villalta, quanto si può tirare avanti, su una piazza che pasteggiava a pernici e champagne,

nel ruolo ingrato di presidente dell’austerity?

«Lo diranno i soci che m’hanno scelto, ma intanto vedo che pure la gente sta capendo. Le difficoltà sono figlie dei tempi e non sono solo nostre. I soldi muovono tutto, ce ne sono pochi e ci sono pure princìpi distorti. Prendi un nuovo giocatore e l’agente ti fa due domande. Quanto piglierà. E quanto giocherà. La seconda è la negazione dello sport, che non dà minimi garantiti. Una volta si giocava a rubare il posto a quello davanti, oggi anche il decimo vuole i minuti sicuri. Ma torno alla domanda. Prima o poi rivivremo quei fasti, battendo la sola strada che conosco: il settore giovanile. Come già fanno a Reggio, Trento, Venezia. E li rivivremo se produrremo giocatori per la A e non per vincere scudettini giovanili o alimentare la piccola compravendita che ci ha levato tutti, o quasi, i ragazzi costruiti in casa».

Allineati con Petrucci, largo agli indigeni.

«Sicuro. Se arriviamo a 3-4 buoni, poi gli americani intorno si trovano. Perché gli italiani hanno senso d’appartenenza e restano a lungo, mentre l’americano va via per qualche dollaro in più. Le squadre si rifaranno così».

Villalta-Brunamonti-Bonamico-Fantin, più un paio di stranieri, più 3-4 del vivaio. Devo averla già vista.

«Anch’io, Virtus ’84, scudetto della stella, ma non è solo nostalgia. È che per ripartire si passa di qui. E dalla nazionale, un traino che vale per tutti. Una coppa europea, chevedo pure lontana, sazierebbe soloun club e i suoi tifosi».

Non c’è una lira, eppure a Bologna siete contro i contratti d’immagine, che danno un po’ più forza ai budget. Vero, qualcuno ha esagerato e dato lavoro alle procure. Però, usati con giudizio…

«No, se siamo per le regole non è che il limite dei 130 non viene violato andando a 140. Poi ci sarà chi

chiederà di tollerare i 150, i 160… La Virtus è retta da una fondazione piena di bei nomi dell’economia non solo locale che ha scelto di fare contratti trasparenti.Eseguoeconcordo pure. Punto. Anzi, aggiungo che siamo partiti da -2 per ritardati pagamenti. Solo 5 giorni, dovrei dire. Invece accetto la pena. A patto che tocchi a tutti».

Sempre contro, lei. In Legabasket, ieri contro Minucci, oggi contro Marino.

«Con Minucci non combaciavano valori e priorità: non lo votammo e lo dicemmo. Nulla contro la persona Marino, ma il presidente di Lega non può esser presidente di società. Conflitto di interessi. Poi, dovremmo pure chiederci che fare della Lega, visto che a dettare le norme è la federazione. Io sarei per un cambio di statuto, e poi per un commissioner che decida e risponda. 0 così o la Lega non serve. E si può chiudere».

Da cosa nasce e perché si prolunga, questa crisi del basket?

«Dai pochi soldi, chiaro. 0 dagli investimenti mancati quando i soldi c’erano, ma troppi guardavano più all’orticello che al movimento. E deperito tutto: marketing, tv, impianti. Domenica a Roma giocavamo su un campo con luci accecanti, m’han detto di riprese scadenti e allora aggiungo: aquestilivelli, serve l’instant replay? Vado avanti. C’è poco dialogo con gli arbitri. Propongo: vengano, in settimana, ad allenarsi con noi».

Si figuri i sospetti.

«Vabbè, se non ci fidiamo delle persone, è finita. Poi però dobbiamo sperare che un presidente di Lega non debba mai dirimere questioni su Brindisi… No, basta con le dietrologie. E se Hackett serve alla nazionale, cambiamo quelle vecchie regole su squalifiche eterne e silenzi stampa da Medioevo, e facciamolo rientrare, senza più pensare che, incontrando Milano senza Hackett, si può batterla».

Si dice: il basket ha perso piazze storiche. Eppure, Treviso in terza serie, Fortitudo e Siena in quarta fanno migliaia dispettatori. Favorevole a percorsi brevi per riaverle in alto?

«Sì, però anche qui: regole chiare e zero deroghe. Società solide e parametri rispettati, o non si fa nulla. La  salute delbasket saranno i conti a posto. Per questo, abituiamoci a non veder più l’uomo solo al comando. Lunga vita a Giorgio Armani, e tante grazie per ciò che regala a tutti, ma il nostro odierno maggior club non può dipendere da un mecenate. Fondazioni come a Bologna sistanno diffondendo, solo la divisione del rischio ci terrà in vita».

Villalta, presto potrebbe toccarle un ritocco al cerimoniale, se il suo frequente vicino di parterre. Romano Prodi, dovesse salire al Quirinale. Un’ultima curiosità: ne sa di basket, il Professore?

«Tantissimo, del resto lo ricordo già lì quando giocavo, fine anni ’70. Mi onora da allora della sua amicizia, non so se tifa Bologna o Reggio, ma non conta. Prodi è uno dei nostri».

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