Dalla sua nomina a presidente di LBA Legabasket, Umberto Gandini si è trovato a fronteggiare l’emergenza Covid-19, eppure contìnua a cercare di dare una svolta a un consesso di società da troppi anni ripiegato su una crisi che è anche di idee. Gandini giovedì dirigerà un’assemblea di Lega che dovrà analizzare la rinnovata emergenza. Nel frattempo con il Comitato 4.0 ha sollecitato domenica il Governo. È il momento per fare il punto.

Gandini, richiedere una riapertura delle arene al pubblico ora è inutile. Ma lei al Governo ha presentato urgenze precise.
«Io dico che purtroppo è inutile, viste le decisioni che si assumono ogni tre giorni. Ma segnalo che in varie regioni dal 29 agosto, senza assembramenti e nel totale rispetto delle norme e dei protocolli, il pubblico ha visto basket. Le società ha sostenuto spese aggiuntive ingenti per la ripartenza e gli sforzi non hanno generato alcun problema di sorta. Tutto questo non ha però prodotto alcuna attenzione da parte del Governo. Eppure basket di Serie A è parte dell’industria dello spettacolo sportivo».

Il Ministro dello sport Spadafora finora ha parlato soltanto di aiuti alle società dilettantistiche. Volete identico trattamento?
«Gli stessi riservati ad altri comparti produttivi duramente colpiti dalla pandemia. Invece siamo stretti tra il movimento delle società dilettantistiche, che certo hanno grande importanza ma ha anche maggiore manifestazione di interesse in ragione del numero di voti, e dall’altra parte il convitato di pietra calcio che per la propria grandezza toglie attenzione agli altri campionati come il calcio di Serie C, il volley e il basket. Tra l’altro con la superlega di volley c’è una differenza incomprensibile tra il loro dilettantismo e il nostro professionismo. Il risultato è che siamo esclusi dagli interventi a pioggia nonostante gli ingenti costi sostenuti per far partire l’attività, compresa quella europea in cui sono impegnate nove delle 16 società. Le società si ritrovano con zero ricavi e però i contratti da rispettare, com’è giusto che sia».

Per quanto tempo il sistema può reggere?
«La pallacanestro italiana va avanti grazie agli imprenditori, le aziende, i mecenati che stanno mettendo le loro risorse. Ma non possiamo andare avanti senza una direttiva per le società. Il Governo deve comprendere che siamo un dipartimento economico e sociale, che ha diritti, doveri e responsabilità, anche nei confronti dei giovani, in termini di esempio, di riferimenti per i ragazzi. Il tempo sta scadendo, i club si erano mossi con grande prudenza, ma anche chi aveva messo pochi biglietti o abbonamenti in preventivo riceve nulla».

Esiste un rischio fermata o sospensione del campionato dopo la prossima giornata? Risulta ci sia qualche società che lo richiederà.
«Non vedo il motivo, né lo scopo. Abbiamo impegni verso gli sponsor, le tv, le agenzie di scommesse, abbiamo la possibilità di mostrare la bellezza del nostro sport al pubblico che resterà più in casa, doveri nei confronti degli appassionati. Abbiamo contratti da rispettare con giocatori, allenatori, gente che lavora nei club. Siamo stati attaccati in primavera quando abbiamo deciso di fermare il campionato, ora che siamo nelle condizioni di andare avanti vogliamo fermarci? Io ho una sola domanda: perché? E osservo: se ci fermiamo oggi scompariremo, se andiamo avanti rischiamo di fallire, vero, ma abbiamo una possibilità. Del resto ho avuto per le mani uno studio secondo cui il 66% degli appassionati che andavano al palasport ora non sì muove per paura. Bisogna considerare anche questa variabile se si pensa di aspettare un’improbabilissima riapertura. Anche la Nba sta decidendo di partire in dicembre anziché in gennaio, perché considera inutile aspettare. E la tv è una vetrina importante, abbiamo migliorato il prodotto, l’offerta. Lo spettacolo offerto è avvincente».

Esaminiamo allora altre possibilità per portare a termine la stagione nell’ipotesi peggiore. La bolla stile Nba?
«È indubbio che alla luce di quanto sta accadendo nel Paese e nel mondo sia necessario esaminare varie opzioni. A maggior ragione adesso che registriamo casi nelle squadre, pensare a qualcosa di diverso è doveroso. Ma resta la questione dei costi, insostenibili per il basket italiano, ammesso si trovi un posto in grado di organizzare e gestire la bolla».

Secondo lei nel calcio è possibile?
«Anche in quel caso bisogna considererei i costì. Perché è tutto relativo. Il basket perde circa 12-15 milioni, butto li una cifra piuttosto credibile è notevolissima. Il calcio, che ha ben altro movimento di denaro, perde tra i 300 e i 400 milioni. La crisi delle aziende è identica nei modi. La bolla si può organizzare in Champions visti gli introiti, com’è avvenuto, abbattendo i premi del 10%».

Una battaglia il Comitato 4.0 l’ha vinta. Per il credito di imposta.
«Ma siamo a metà del guado, manca il Decreto attuatìvo, che giace sui tavoli dell’interlocutore pubblico. Il tempo passa, occorre accelerare».

Nel frattempo è stata fermata tutta l’attività giovanile che finora si era svolta in sicurezza. Impossibili anche gli allenamenti senza contatto e distanziati come invece in maggio. Colpiti i ragazzi, le società dilettantistiche, ma anche il professionismo che perde in prospettiva futura.
Colpisce le società e ferma il sogno dei ragazzi. E ci sono anche società professionistiche che investono sui settori giovanili, le foresterie e devono persino rispettare protocolli diversi tra loro. La verità è che tutto il sistema va in crisi, perché i giovani sono il pubblico di oggi e domani. In passato la pallacanestro si giocava ovunque, nei playground negli oratori. Togliere le consuetudini elimina anche la voglia di emulazione».

Arrivando dal calcio, che impressione ha avuto del basket?
«Che è un movimento unito, con grandi potenzialità, che a volte si divide su qualche tema. Un movimento che dovrebbe migliorare la comunicazione, aggiornarla ai tempi, è rimasto autoreferenziale e per addetti ai lavori, mentre dovrebbe tornare ad essere multiculturale per recuperare passione e giovani».

Perché ogni tanto circolano voci di un suo ritorno al calcio?
«Il calcio è stato la mia vita, dal punto di vista professionale. Ma il basket mi ha entusiasmato, anche perché senza entusiasmo non so lavorare. Qui mi trovo benissimo e sono disposto ad ascoltare tutti, con l’intento di cambiare questo mondo. Detto questo, non ipoteco mai il futuro e cito il mio maestro Adriano Galliani: io non faccio l’indovino».

Il caso Roma, la crisi del club, non la induce a pensare che sia il momento di cambiare le regole di ingaggio?
«La mia idea era cambiare qualcosa, fin dall’inizio. Quando ho parlato di licenze, però, non mi riferivo a franchigie. Semplicemente il passaggio tra la A2 dilettantistica e il professionismo ha bisogno di regolamenti più precisi e dettagliati. Nel calcio sono assegnate licenze per giocare in A, nelle Coppe; nel basket è già così per l’Eurolega. Inserire un sistema di rispetto del budget e pianificazione pluriennale è secondo me importante. Ora, vista la crisi, mi sembra il momento peggiore, ma con il mio gruppo stiamo lavorando a un’analisi comparativa di altre leghe e dei loro principi di accessi Bundesliga, ACB spagnola, per elaborare una forma italiana che in accordo con la Fip e la Com.Tec permetta un nuovo sistema di accesso per il 2021/22».

Ecco, anche la federazione potrebbe aiutare di più?
«La Fip è già intervenuta, comunque il dialogo è sempre aperto. Piuttosto io confido che parte di quanto contenuto nel decreto Cura Italia sia indirizzato anche verso il basket di vertice, restano ancora 90 milioni da distribuire. Se non si cambiano le regole di quel provvedimento, saremmo sempre esclusi».

Piero Guerrini

Tuttosport

Comunicato a cura di Ufficio Stampa Lega Basket.