Mingardi: "Canto l'inno con l'orgoglio di essere virtussino"

MINGARDI: “CANTO L’INNO CON L’ORGOGLIO DI ESSERE VIRTUSSINO”

“In Sala Borsa conobbi Lucio Dalla, e ci unì lo sport prima della musica.
Il basket è gioia, felicità. Il momento indelebile? Il tiro da 4 di Sasha”

di Marco Tarozzi

C’è sempre una prima volta. Anche per un’artista navigato come Andrea Mingardi, uno che sa ancora vivere di passioni ed emozioni. Come quella di cantare l’Inno nazionale davanti al pubblico della Unipol Arena, prima di una partita della sua squadra del cuore, la Virtus. Come si fa negli States, un mondo a cui Andrea è legato da sempre, per scelte musicali ed artistiche.

“E’ stato toccante, davvero. E comunque, una sfida. C’è differenza, in queste cose, tra Italia e Stati Uniti. Quando fai partire l’inno, da noi, senti subito un po’ di odore di retorica. In Usa affronti l’evento con gioia, qui con una sorta di rispetto. Credo che la mia versione “soul”, che mi impensieriva perché non sapevo come sarebbe stata accolta, abbia fatto capire che non c’è retorica nel nostro inno, ma solo orgoglio, senso di appartenenza a una Nazione e ai colori di questa squadra.  Una forma di rispetto che viene dall’anima, non dalla politica o dalle istituzioni. E’ dentro di noi”.

L’appartenenza ai colori della Virtus. Bell’argomento, proviamo a raccontarla dall’inizio?

“Da ragazzo uscii da una brutta forma di tonsillite, una malattia che mi impediva di correre, e improvvisamente cominciai a crescere di colpo. A dodici anni ero già altissimo, e scoprii lo sport praticato. Prima di diventare portiere nelle giovanili del Bologna, ho giocato a basket in quelle della Virtus. L’amore è iniziato così, e si è sviluppato in Sala Borsa”.

Il “posto dei canestri” per i bolognesi, prima che tutto si trasferisse in piazza Azzarita.

“Lì, ragazzino, incrociai i miei primi idoli. Calebotta, Canna, Alesini… E lì incontrai per la prima volta Lucio Dalla, che aveva tre anni meno di me, poco più di un bimbo, e la nostra passione comune all’inizio fu lo sport. Iniziavamo entrambi a frequentare il mondo della musica, ma non sapevamo l’uno dell’altro. Tanto che, ricordo ancora, qualche anno dopo ci incontrammo in un locale dove cantavo, e Lucio mi disse “non sapevo che tu cantassi”. “E io non sapevo che tu suonassi”, gli risposi. A unirci furono calcio e pallacanestro, prima ancora del nostro mestiere…”

Il calcio e il Bologna sono passioni di cui ha parlato e scritto, ultimamente anche col volume “Cuore Rossoblù”, uscito prima di Natale per Minerva Edizioni e lanciatissimo. La sua Virtus non l’ha ancora messa nero su bianco…

“Perché se scrivessi “Cuore bianconero” in giro per l’Italia penserebbero che tifo per la Juve, e questo non mi va proprio… Scherzi a parte, di aneddoti ce ne sarebbero. Io ho sempre amato la pallacanestro, mi dà piacere seguirla e sono andato, da virtussino doc, a vedere spesso partite di Fortitudo e Gira. Amo i gesti, la tecnica, la velocità. E ho i miei idoli, come tutti. Dopo i tempi della Sala Borsa ci sono stati quelli di Fultz, Bertolotti e Serafini, poi mi sono goduto personaggi come Brunamonti, Cosic, come Sugar che mi ha dato emozioni paragonabili a quelle che ho provato vedendo giocare Ginobili in bianconero”.

La più grande, quella indelebile?

“Come per tutti i virtussini, dico il “tiro da 4” di Sasha Danilovic. Per mille motivi, su tutti il fatto che da quella partita eravamo già fuori, avevamo perso. Non lo dico con crudeltà, ma ricordo i tifosi della Fortitudo che avevano già quasi un piede in campo, pronti ad esplodere di gioia. Avrei fatto lo stesso, e per loro dev’essere stato un momento tremendo. Sì, per me i momenti incancellabili dello sport bolognese sono due: lo scudetto del Bologna nel ’64 e il tiro da quattro di Sasha”.

Rimpiange quei tempi?

“Mi piace vivere il presente. Diciamo che me li sono goduti, e non è da tutti. Dicono che il tifoso virtussino sia molto critico, per quello che ha vissuto. Ma io ricordo che anche allora si storceva il naso quando arrivava un periodo negativo. Succedeva anche ai tempi del Bologna di Bulgarelli, Nielsen ed Haller. A volte non ci si rende conto della felicità, quando ci si vive immersi”.

La Virtus di oggi che sensazioni le dà?

“Rispetto al recente passato, in questa squadra intuisco grandi capacità di corsa e margini di miglioramento ancora indecifrabili. Vedo gente che corre, salta, si sacrifica, dà una precisa idea di gruppo. Ma non possiamo sapere dove arriveranno alcuni di questi giocatori. Magari qualcuno fallirà, ma fanno pensare a una crescita possibile e alimentano le speranze. Ray è un campione vero, un ragazzo come White mostra già un gran talento, lo stesso Gilchrist atleticamente è una forza, se comincia a prenderci un po’ sotto canestro quanto può crescere? Poi ci sono Imbrò e Fontecchio, che rappresentano il futuro per il movimento. Credo che con un po’ di continuità questa squadra possa fare buone cose. Per questo vorrei che a fine stagione si ripartisse tenendo conto di questo nucleo, senza altre rivoluzioni”.

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