Nicevic, campione senza età

Nicevic, campione senza età 
Paolo Cuomo – Gazzetta del Sud

 

Sandro Nicevic è uno di quei giocatori senza età, che nel basket di oggi – tutto salti, energia e pochi fondamentali – ti riconcilia col basket più puro. Il 38enne centro croato dell’Orlandina si prepara a festeggiare i 20 anni di professionismo. Una carriera di pregio, da giramondo, all’insegna della classe e del sorriso. Nato a Pola, in Istria, ha sempre avuto l’Italia nel suo destino.

 

Come tutto è cominciato

«A Pola, quando negli anni ’80 frequentavo le Elementari – racconta Sandrone – la scuola di basket era un punto di riferimento dei bambini. I miei genitori, che avevano lo sport nel sangue, mi hanno trasmesso questa passione e sin da piccolo ho praticato pallanuoto e ginnastica. Passaggio naturale è stato quello di avvicinarmi alla pallacanestro. A 14 anni l’inserimento nella società della mia città, il Pula Gradine. A 17 anni la chiamata di Brescia, per far parte di un progetto giovanile voluto dal duo Capicchioni-Corbelli, che però non si concretizzò. E così sono tornato a casa ed è iniziata la mia avventura nella Juniores del Cibona, poi nella seconda formazione e finalmente nella squadra maggiore del club di Zagabria: un periodo fondamentale per la mia crescita».

– Hai avuto un idolo in gioventù?

«Dino Radja, eccezionale lungo croato. All’inizio della mia carriera è stato un onore giocare con lui in Nazionale».

 

La Nazionale

«Ho debuttato nel 1996 in occasione delle qualificazioni agli Europei in programma l’anno dopo. L’emozione più grande l’ho provata con la convocazione alle Olimpiadi di Pechino del 2008 concluse al 6. posto. È stato come vivere una favola. Ho chiuso con gli Europei 2009».

 

La Francia ” E’ una parte importante della mia vita. Quattro stagioni in totale a Le Mans, in due parentesi. Sono arrivato nel 2001-02 in un club piccolo ma ben organizzato, in una città a misura di giocatore, dove ho incontrato gente molto aperta. L’allenatore era un giovane Vincent Collet che poi alla guida della Nazionale sarebbe diventato campione d’Europa e, poche settimane fa, bronzo Mondiale. Un coach che mi ha aiutato molto e che ha visto in me un professionista, a cui piace lavorare e migliorare. Mentalmente in Francia ho fatto il salto di qualità e dopo un triennio e le profìcue esperienze in Spagna e Grecia, sono tornato nel 2006 per il debutto assoluto del Le Mans in Eurolega».

 

L’Italia

«Il mio approdo a Treviso è avvenuto nel 2008, in una grande società, che stava però vivendo un periodo un po’ particolare della sua gloriosa storia, nel quale la Benetton non pensava più a raggiungere i massimi obiettivi del passato. Si andava in sostanza verso la fine del club. Nonostante questo, sono stati tre anni magnifici, con squadre competitive, centrando sempre i playoff e due volte le semifinali scudetto. Per quanto mi riguarda, ho giocato un bel basket, tra i migliori della mia carriera. Nel 2011 ho avuto l’opportunità di firmare per Montegranaro, in una società che però si era spinta oltre il suo limite. Dovevamo arrivare in alto e invece ci siamo salvati soltanto alla fine».

 

Capo d’Orlando

«Se non mi fossi sentito al meglio fisicamente, non sarei tornato. Nell’estate 2013 mi ha voluto Gianmarco Pozzecco, per giocare in un centro piccolissimo che impazzisce per il basket. Un’esperienza che volevo vivere. Sono stato bene e ho accettato la conferma per il piacere di continuare a vestire la maglia dell’Orlandina. Ora c’è un nuovo traguardo per noi: la Serie A. La società ha fatto il massimo per il ripescaggio ed ha costruito un quintetto tutto americano, prendendo un allenatore che è all’esordio. Non è una squadra facile da gestire. Ma noi quattro “vecchietti” siamo sempre pronti a fare la nostra parte».

– Rispetto a qualche anno fa, purtroppo, il livello del basket italiano si è notevolmente abbassato…

«Concordo pienamente. E infatti mi arrabbio quando sento parlare di salvezza. In questa stagione Capo d’Orlando può lottare per i playoff. Abbiamo una grossa opportunità per fare molto bene. Ma dobbiamo cominciare a vincere, a partire da domenica contro Roma».

– Sin dal giorno del tuo arrivo a Capo d’Orlando, ti abbiamo paragonato per classe, carriera e carisma al polacco Adam Wojcik, come te un giocatore d’altri tempi e che passò di qui nel 2007-08 (e chissà quanto sarebbe rimasto ancora se il club non fosse stato cancellato).

«Da avversario non lo incrociavo sul parquet perché quando era più giovane il polacco giocava da esterno. Un attaccante nato, come veniva descritto negli scout che ci consegnavano prima delle partite. Aveva una tecnica e una conoscenza del basket straordinarie».

 

Il meglio

La stagione, in assoluto, che ricordi con maggiore gioia? «Nel 2005-06 a Malaga, la mia unica in Spagna, quando ho vinto il titolo. Splendido gruppo, dentro e fuori dal campo».

Il compagno più forte? «Mi vengono in mente due nomi: Jorge Garbajosa e la guardia Marcus Brown»

L’avversario che ti ha incantato? «Lo sfortunato Alphonso Ford: faceva cose incredibili».

Un vero amico nel mondo del basket? «Jasmin Hukic, che adesso gioca nel Krka Novo Mesto. Un rapporto di amicizia che è iniziato quando eravamo insieme all’Olimpia Lubiana».

 

La famiglia

«Sono sposato ormai da 19 anni, non ho figli e continuo a vivere a Pola. Mia nonna materna era italiana, il nonno quasi: grazie a loro ho preso il passaporto. Mi piace essere informato, ma non sono uno “schiavo” del basket. Per me è stato sempre molto importante staccare la spina, perché c’è un’altra vita oltre lo sport e tanti interessi da coltivare».

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