Ostia Warriors, Angelo Santini: "Situazione dura, ma non molliamo. I ragazzi? Obiettivo farli crescere"

Proseguono le interviste dei protagonisti del progetto Ostia Warriors. Stavolta abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere (anzi, un bel po’ di più) con Angelo Santini, coach dei gruppi U14, U15 ed U16 delle Stelle Marine Ostia. Una vera istituzione del basket giovanile della Capitale, una vita (come vedremo) alla Stella Azzurra Roma e da fine gennaio 2019 ad occuparsi delle giovani leve della compagine lidense.

Partiamo dall’attualità Angelo. Che parere ti sei fatto sulla situazione attuale e sulla decisione di fermare il movimento dilettantistico e giovanile?

L’ultimo giro di blocchi, a mio parere, non è molto preciso nel senso che, sentendo anche colleghi di altre società, ognuno ha fatto un po’ come gli pareva. La mancanza di una linea precisa, univoca, dalla Federazione e dai Comitati, la differenza tra campionati di interesse nazionale e non, ha lasciato spazio a troppo caos, danneggiando nel contempo chi, invece, ha provato e prova a seguire in modo attento le regole di contenimento del virus.

Noi, nel nostro piccolo, dopo aver parlato molto tra noi abbiamo deciso di fermare l’attività in palestra, dividendo le varie squadre in piccoli gruppi e lavorando individualmente a livello fisico e tecnico, sfruttando il fatto che qui ad Ostia, tra pineta, spiaggia ed altri posti adatti, possiamo stare abbastanza tranquilli, rispettando ovviamente tutte le misure precauzionali. In generale, però, la situazione è un casino. Non c’è prospettiva, non si sa se tra una settimana finiamo di nuovo in lockdown oppure no, viviamo alla giornata. Non possiamo fare altro che provare ad andare avanti, tenendo alto il morale della truppa, anche con allenamenti su Zoom, lezioni video e cose del genere“.

Parliamo al presente. Quali sono le aspettative che ti sei posto per questa stagione agonistica, con le varie rappresentative di ragazzi delle Stelle Marine?

Quando sono arrivato qui, decidemmo di impostare, assieme alla società e al resto dello staff, un progetto dove l’obiettivo non è lavorare su squadre e campionati, ma sulla crescita dei ragazzi, sotto tutti gli aspetti, anche al di fuori delle varie categorie di appartenenza. Il fatto di dover lavorare in questo modo, individualmente, nel momento che stiamo vivendo, per noi non rappresenta un problema, avendo anche investito molto in attrezzature per la crescita fisica e tecnica dei ragazzi nell’ultimo biennio.

Le Stelle Marine sono una società con un passato davvero glorioso, tirando fuori giocatori che hanno calcato anche palcoscenici importanti, a livello nazionale. Adesso stiamo cercando di recuperare il tempo perduto nell’ultimo periodo. Il nostro obiettivo, quest’anno, è alzare ulteriormente l’asticella per ognuno dei nostri ragazzi, in modo da permettere a tutti di continuare a giocare e ad ambire al massimo possibile, in rapporto alle possibilità di ognuno. Questo è il nostro target, mentre dal punto di vista delle squadre puntiamo a giocare e a fare bella figura.

La cosa bella, pur con questo brutto periodo e questi continui blocchi, è che non abbiamo perso iscritti, anzi sono aumentati. Tutti sono vogliosi di aderire ad ogni nostra iniziativa e sia le famiglie che i ragazzi continuano a darci segnali positivi“.

Lo sport in generale, il basket in particolare, è fatto di valori. Con il lavoro tuo e dello staff quali valori volete trasmettere ai vostri ragazzi?

È un discorso ampio. Ricollegandomi alla mia precedente attività alla Stella Azzurra, dove principi, valori e regole sono fondamentali, cerchiamo di trasmetterne il più possibile. Innanzitutto, la pallacanestro è uno sport di squadra, in campo non siamo cinque fenomeni, non c’è una star, ma siamo dodici per volta che giocano per vincere la partita. L’unione, la condivisione, il sapere dove stiamo andando, avere obiettivi precisi, è tutto molto importante. Così anche l’avere ruoli precisi in squadra, sapere bene chi deve fare cosa e quando, rendendo tutto ciò condiviso dal gruppo. Esistono varie tipologie di talenti, tutti utili per la squadra.

Il mio fine è far crescere questi ragazzi e renderli abili a stare in gruppi senior; avendo avuto la possibilità, grazie alla Stella Azzurra, di sperimentare anche campionati di A e B, so cosa ci vuole quando si sale di livello e questi ragazzi devono esser pronti a giocare in quei contesti, a gestire la pressione che può arrivarti addosso. E, ricollegandosi a quanto detto poco fa, anche ad avere valori, rispettare gli altri, all’interno e all’esterno del gruppo, in termini di avversari. In sintesi, ribadisco, riconoscere il proprio ruolo, avere rispetto e essere una squadra, gli aspetti fondamentali che la pallacanestro deve insegnare. Se poi riusciamo a rendere questi ragazzi anche degli uomini, capaci di assorbire questi valori, tanto meglio“.

Allora coach, ormai due anni fa sei passato da una realtà come la Stella Azzurra Roma, academy di livello nazionale ed anche internazionale, ad un’altra locale come le Stelle Marine Ostia. Vedi qualche punto di contatto? Cosa vorresti (o stai provando a) trasferire alle Stelle Marine?

Banalmente parlando, le cose in comune sono il campo, la sua forma, i canestri alla stessa altezza e il pallone. Scherzi a parte, pensare di poter travasare semplicemente quello che facevo lì alle Stelle Marine non è possibile, sono due realtà molto diverse, a tutti i livelli, che offrono anche opportunità da vivere estremamente diverse, che società più piccole giocoforza non possono permettersi. Diverso è anche il modo di impostare il lavoro. Alla Stella Azzurra, in realtà simili, si ha a che fare con giocatori già pronti, devi lavorare sui particolari e piccole cose che faranno fare il salto di qualità. In realtà molto più piccole, invece, si deve partire dai fondamentali, dalla loro testa, anche sulle loro famiglie.

Non voglio essere frainteso, ma uno dei grossi vantaggi di squadre come la Stella Azzurra è di avere a che fare con ragazzi <senza famiglia>, ovvero stranieri, ragazzi di altre zone d’Italia e ‘mentalizzati’, bene o male già abituati a stare lontani dalle famiglie d’origine. Nelle realtà piccole bisogna scontrarsi giornalmente con varie, piccole problematiche; se dici ‘da domani ci alleniamo tre ore al giorno tutti i giorni’, le famiglie impazziscono e i ragazzi non li mandano ad allenarsi. La quantità e la qualità del lavoro che si può fare alla Stella Azzurra non è replicabile altrove, in particolare in realtà molto più ristrette.

Una similitudine che a me piace sottolineare, è la presenza di alcuni ragazzi che hanno tanta voglia di imparare. Questo è un aspetto che trovi ovunque. Magari non tutti, ma c’è sempre qualcuno che vuole darsi da fare sul serio, allenarsi di più, che vogliono stare sempre sul campo. Certo, da un lato c’è un ragazzo che potenzialmente può diventare un prospetto NBA, mentre dall’altro al massimo può ambire ad una C Silver. Sotto l’aspetto della voglia, però, più o meno siamo lì“.

Parliamo adesso del progetto Ostia Warriors. Quale credi sia l’importanza di iniziative del genere, non solo a livello locale ma anche nazionale? E come ti spieghi il successo dell’iniziativa?

Tanto del merito del successo che sta avendo il progetto è di Rossella De Maria (Team Manager & Founder degli Ostia Warriors, ndr), una vera macchina da guerra, che trascina tutti. Premessa, a tutti quelli non di Ostia, me compreso, approcciando con questa realtà è venuto naturale chiedersi il perché non si formi un’unica squadra, anziché cinque in vari campionati. Poi si scopre che, per vari motivi, ciò non sia possibile. Ma l’idea di una sorta di nazionale ostiense, con tutti i giocatori usciti dai vivai locali o che sono nati qua, per quelli che sono di Ostia è un’idea fantastica.

Purtroppo siamo riusciti a fare solo una di queste partite di beneficenza, prima che si bloccasse tutto; il palazzetto, però, in quell’occasione era pieno di gente, c’era tanto entusiasmo. Chi si interessa di sport dice ‘Vedi? Ogni tanto esce qualcosa di bello dal nostro territorio’. La parte della beneficenza è chiaramente fondamentale e, in contemporanea, stiamo provando ad uscire fuori, a farci conoscere ulteriormente, anche con le attività, con i camp che abbiamo organizzato la scorsa estate, invitando coach vari in una tre giorni in campo con 40 ragazzi e ragazze, dalle più svariate caratteristiche fisiche, tecniche o caratteriali.

Stiamo sviluppando contatti con realtà importanti come Reggio Emilia e Bologna, in modo da portare il marchio ‘Ostia Warriors’ in giro. Poi, se mai torneranno a farci giocare, potremo pensare anche a qualcosa di più figo, interessante per il pubblico“.

Quale valore aggiunto pensi di aver portato e di poter portare al progetto?

Bella domanda … Beh, come si dice a Roma ‘Io ci sto con la fede’, ci credo nel progetto e provo a fare il mio. Ad esempio, i contatti con gli allenatori che sono venuti al camp questa estate li ho curati io; è gente che è rimasta legata al progetto, al punto da curare rubriche e quant’altro. Essendo una sorta di Harlem Globetrotters, senza veri obiettivi nel senso di vincere partite o campionati, non ci alleniamo tra di noi nel frattempo, ci vediamo direttamente in campo; perciò non posso fare l’allenatore. Più che altro faccio l’intrattenitore di questi ragazzi, anche perché li ho allenati praticamente tutti, in un modo o nell’altro. Poi, come detto, cerco di trovare altri contatti a livello nazionale“.

Facciamo un passo indietro Angelo. Come sono stati i tuoi inizi?

Comincio con il dire che la pallacanestro è lo sport di famiglia. Per dire, ho delle foto di mia nonna che gioca a pallacanestro nel corso di manifestazioni risalenti al Ventennio. Mio cugino è Andrea Peccariè, allenatore della LUISS in Serie B, e quando ero piccolo consigliò ai miei genitori di indirizzarmi verso la pallacanestro. Io all’epoca, un po’ come tutti, volevo fare il calciatore ma, essendo mia madre assolutamente contraria, andai in parrocchia a giocare a pallacanestro e da quel momento non ho più smesso.

Quando le esigenze dello studio hanno cominciato a scontrarsi con quelle dello sport, quando ho capito che oltre un certo livello non potevo andare, allora mi sono buttato sulla carriera da allenatore. Facendo tanti corsi, minibasket e tanto altro, ho iniziato ad allenare al Basket Primavalle; poi, man mano sono arrivato alla Stella Azzurra, dove ho passato praticamente 25 anni della mia vita“.

Parlando della tua lunga esperienza alla Stella Azzurra, quali sono i ricordi più belli, le esperienze più gratificanti che hai vissuto?

Di ricordi, essendo un’attività che ti impegna almeno 6 ore al giorno tutti i giorni, ne ho tantissimi. Non è semplice. Posso dire la vittoria dello scudetto, le Finali di EuroLega, i vari tornei vinti, l’anno vissuto da primo allenatore in Serie B. Quello fu un anno fantastico, anche perché a fine stagione arrivò lo scudetto con l’Under 18. Però, se posso, una delle cose che più mi fanno piacere è quando incrocio tutti i giocatori che ho allenato, con cui ho vissuto, e vedere il loro venirmi incontro, il loro essere felici di incontrarmi.

Il bello è questo rapporto che è rimasto con ragazzi che adesso sono uomini, chi guadagna tanto e chi meno, oppure lavorano nelle più svariate parti del mondo. Il ricordo che ho lasciato loro, e soprattutto quello che loro hanno lasciato a me, è una delle cose più belle. Ognuno di loro, magari inconsapevolmente, mi ha lasciato qualcosa, ha contribuito alla persona che sono adesso. Li hai visti crescere, li vivi giorno dopo giorno, è un rapporto che va oltre quello semplice allenatore-giocatore, si è come una famiglia. E ‘We Are Family’ è appunto uno dei motti della Stella Azzurra“.

Un’ultima domanda Angelo, che è una curiosità. Cosa intendi con la teoria del ‘O piezz ‘e fierro‘?

Non è mia e non ricordo il nome dell’allenatore (uno di quelli che insegnavano al corso per allenatori, ndr) da cui l’ho appresa. Secondo la sua teoria, in tutte le squadre c’è la star o il giocatore forte, ma l’unico pezzo inamovibile, che dev’essere presente, è appunto ‘O piezz ‘e fierro’. Parlo del giocatore duro, tosto, casomai non dotato tecnicamente e non a livello degli altri, ma che è l’anima della squadra, quello che quando c’è bisogno di fare la faccia cattiva non si tira indietro. Il giocatore che è la tua trasposizione in campo, a guidare quelli che sono belli, sono forti. Senza un giocatore del genere non vinci.

È tutto vero, come ho potuto constatare nel corso della mia carriera; se hai solo quelli belli non vinci, mentre se hai anche solo un giocatore di questo tipo, sei un passo avanti agli altri. Il giocatore al quale probabilmente non affideresti mai il pallone per vincere la partita, ma che ti ci ha portato a vincerla. E qui ci ricolleghiamo al discorso dei ruoli, perché quando individui in squadra il giocatore o i giocatori con quelle caratteristiche, ed è motivato a ricoprire questo ruolo, allora hai già raggiunto un grosso risultato“.

Ringraziamo per la collaborazione e per la disponibilità coach Angelo Santini, le Stelle Marine Ostia e, come sempre, Rossella De Maria, Team Manager & Founder degli Ostia Warriors. Foto a cura di G. Masi e Rossella De Maria.

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About The Author

Gianluca Zippo Nato a Formia il 13/01/1988. Laureato in Giurisprudenza presso la Federico II di Napoli, già collaboratore e redattore per Teladoiolamerica.net e Road2sport.com, il calcio, l’NBA e la F1 sono la mia malattia, ma il mondo dello sport mi affascina a 360°.