Pallacanestro Cantù: intervista esclusiva a coach Nicola Brienza

Un regalo di Natale con qualche giorno di anticipo, è quello che ha fatto la Pallacanestro Cantù a coach Nicola Brienza, da oltre un decennio nello staff canturino, che domenica ha provato la gioia di essere capo-allenatore, in attesa dell’avvicendamento ufficiale tra Corbani e Bazarevic, guidando la sua squadra alla conquista di una prestigiosa vittoria contro l’Aquila Trento. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente qualche ora dopo i sue primi due punti in serie A, ripercorrendo insieme i giorni precedenti il suo esordio, scambiando qualche idea sulla pallacanestro moderna.

Coach, per prima cosa complimenti per domenica! La scuola italiana è sempre stata una fucina di giovani allenatori, tu sei l’ultimo che è salito alla ribalta. Ci spieghi un po’ le sensazioni provate in questi giorni?

Ho vissuto emozioni contrastanti: in primo luogo ho provato dispiacere per Fabio Corbani e per il suo allontanamento, poi, quando si è parlato della possibilità che coach Bazarevic non riuscisse ad arrivare in tempo per la gara con Trento, fino a quando la società mi ha ufficializzato la scelta di nominarmi capo allenatore, l’emozione principale è stata la pressione. Fortunatamente lavoro da 12 anni a Cantù e ne ho fatta di esperienza, sia in Italia che in Europa, quindi alla fine dei conti l’ho affrontata con molta serenità. Il momento davvero forte è stata la palla a due, quando normalmente sono abituato a vedere il capo allenatore che si sbraccia, ma stavolta non ho visto nessuno e ho capito che sarei stato io quello che doveva sbracciarsi”.

Cosa c’è di tuo nella vittoria di domenica?

Non credo di essermi inventato nulla. La situazione che stavamo vivendo non era disastrosa, per questo motivo è stato facile basarsi su quelle idee tattiche e quei capi saldi che ci accompagnano dall’inizio della stagione. L’ho detto subito ai ragazzi che non ero lì a sostituire nessuno ma, in un certo senso, a dare continuità, con le mie idee e i miei errori. Il tempo a disposizione è stato davvero pochissimo, per questo motivo ho dato giusto due indicazioni per avere un filo diretto con la squadra e seguire un piano preciso per la gara”.

Come hai detto prima sei da 12 anni a Cantù e hai fatto parte di diversi staff tecnico di livello molto alto. Qual è il coach al quale ti ispiri maggiormente, colui che ti ha insegnato di più?

Innanzitutto devo dire di essere molto invidiato dai miei colleghi per aver lavorato a stretto contatto con alcuni dei migliori coach italiani. Direi che gli anni con Trincheri e Molin sono stati i più importanti sotto il profilo della maturazione, quelli in cui ho imparato di più e mi sono formato dal punto di vista tecnico e tattico, diciamo che è stato come frequentare l’Università. L’arrivo di Sacripanti, invece, è stata un po’ la ciliegina sulla torta, in quel momento ero già più preparato ed è stato bello confrontarsi in maniera continua”.

Nel basket moderno si sente sempre più l’esigenza di unire tecnica, tattica, aspetto fisico e mentale. Quali credi siano le cose più importanti da trasferire? Qual è il tuo credo?

Penso che una delle cose più importanti per creare un team vincente stia diventando la relazione. Sono giovane, ho 35 anni, ma da molto tempo sento parlare di come il basket sia cambiato, di come i coach prima fossero dei sergenti di ferro e i giocatori dei guerrieri, ma ora non funziona più così. Il mondo è cambiato, e anche la pallacanestro; i giovani hanno dei riferimenti diversi rispetto a quelli di qualche decennio fa, per questo motivo credo che l’importanza di una comunicazione che sia giusta e comprensibile per loro sia alla base per poter trasmettere loro dei veri insegnamenti”.

Quanto è importante il personal branding per allenare in serie A?

Mi auguro che valga molto di più la bravura e la capacità che l’immagine o il sapersi vendere. Ci sono molti allenatori bravi che militano in categorie più basse che ne sanno tanto quanto i colleghi che si trovano in serie A. Credo che la scuola italiana sia la n°1 in fatto di allenatori, come preparazione e come bravura, per questo non ci serve più di tanto saper apparire. E’ un bene se chi è bravo si presenta anche come una persona mediaticamente positiva, ma credo che se non sai fare il tuo lavoro alla fine vieni sempre scoperto”.

Dove credi possa arrivare Cantù?

Rispetto all’inizio della stagione abbiamo cambiato un po’ di obiettivi; la vecchia proprietà aveva stanziato un budget limitato, per questo l’obiettivo principale era la salvezza. Ora, con il cambio ai vertici societari, la salvezza resta sempre l’obiettivo minimo, ma puntiamo con decisione alla partecipazione ai play-off e alla Coppa”.

Chi ti ha impressionato di più finora?

Dico senza dubbio Trento: se pensiamo solo che in due anni, da neopromossa, è arrivata a disputare play-off scudetto, Coppa Italia e quest’anno Eurocup un motivo ci sarà. Non sempre la bontà di una società è sinonimo di ottimi risultati anche in campo, ma loro ce la stanno facendo mostrandosi una compagine solida sul parquet ed eccellente fuori”.

Adesso con che spirito torni a vedere gli altri sbracciarsi?

Penso che sia giusto continuare il mio percorso e coach Bazarevic mi ha già manifestato la sua piena disponibilità a tenermi nel suo staff, quindi sono pronto ad imparare anche da lui. Certo, l’obiettivo di tutti gli allenatori è quello di diventare head-coach, ma per il momento posso dirmi contento di continuare il mio percorso di crescita, sempre disposto a farmi trovate pronto nel momento in cui servirà”.

Giuseppe Raiola

(foto: www.laprovinciadicomo.it)

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