Perché Kobe Bryant non diventerà mai il migliore di tutti i tempi

Cinque titoli NBA vinti, terzo miglior realizzatore nella storia della NBA dietro a Kareem Abdul-Jabbar e Karl Malone e davanti a Micheal Jordan, al primo posto nella classifica dei punti segnati all’All Star Game e in grado di mettere a referto ben 81 punti in una sola partita (il 22 gennaio 2007 nella partita giocata dai suoi Los Angeles Lakers contro i Toronto Raptors), avvicinandosi come mai nessuno al record di 100 punti stabilito nel 1962 da Wilt Chamberlain. Kobe Bryant è senza ogni ombra di dubbio uno dei giocatori più forti che gli appassionati di basket abbiano mai visto giocare. La sua capacità di realizzare canestri all’apparenza impossibili e la sua dedizione al lavoro non bastano però a renderlo un campione in grado di potersi meritare l’appellativo di “migliore di tutti i tempi”.

Compiuti da poco i 37 anni (il 23 agosto), Bryant si sta ormai apprestando ad iniziare la sua ventesima stagione in NBA e la sua parabola è ormai da qualche tempo in fase discendente. A meno di clamorosi colpi di scena, non gli sarà possibile aggiungere altri titoli al suo già comunque invidiabile palmares. Ma non è solo il numero delle vittorie in carriera a rendere un giocatore migliore di un altro, del resto Magic Johnson ha portato a casa il suo stesso numero di anelli e Micheal Jordan solo uno in più. Già tre anni addietro circa, dopo che Kobe ha sfondato il muro dei 30.000 punti in carriera, il mitico Dan Peterson, in un’intervista rilasciata a Panorama, ha indicato nel troppo egoismo negli ultimi cinque minuti di partita il limite più grande della guardia di Los Angeles. Prendersi sempre la responsabilità dei tiri decisivi, anche quando sono forzati, può essere a volte controproducente e sintomatico. Del resto ci sarà un motivo se il numero 24 dei Lakers su sette finali disputate è stato nominato MVP solo due volte, mentre MJ sei volte su sei.

Nel memorabile passaggio del leader dei Chicago Bulls degli anni ’90 a Steve Kerr allo scadere di gara 6 della serie finale del 1997 contro gli Utah Jazz di Malone e Stockton si riassume la differenza tra campione e leggenda. Dopo il time out, con il risultato fermo sull’86 pari, le squadre tornarono sul parquet quando mancavano 25 secondi. In panchina Jordan aveva sussurrato a Kerr di farsi trovare pronto, perché Stockton l’avrebbe lasciato solo per andare a raddoppiare su di lui. Così avvenne e il 23 dei Bulls, sorprendendo tutti (coach Phil Jackson compreso) scaricò sul compagno che, libero da marcature, infilò la palla nel canestro segnando i punti che permisero a Chicago di trionfare per la quinta volta in sette anni.

Per entrare nella storia dello sport servono classe, numeri, giocate spettacolari, spirito di sacrificio e ovviamente anche un pizzico di fortuna. Tutte qualità che un grande giocatore come Kobe Bryant possiede sicuramente. Per diventare una leggenda però, serve aggiungere al tutto anche un pizzico di magia, quel qualcosa di diverso che si trova al limite tra la follia e la genialità e che Kobe purtroppo non ha. Almeno non nella stessa quantità di cui ne erano provvisti personaggi come Larry Bird, Magic Johnson, Bill Russel, Wilt Chamberlain o, appunto, Michael “Air” Jordan.

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