Pino Corvo: "Orgoglioso di aver scelto Salerno"

In una lunga intervista concessa ai nostri microfoni, Pino Corvo racconta una carriera ricca di successi, iniziata da giocatore e sfociata quasi naturalmente nelle vesti di direttore sportivo, attualmente in forza alla Virtus Arechi Salerno


Ci sono storie e storie. Alcune trasmettono emozioni e brividi differenti, perché portano con sé una carica sensazionale diversa da tutto il resto. Sono storie di sport, ma anche di vita.

Le due dimensioni procedono di pari passo ed è impossibile provare a separarle.

La storia di Pino Corvo è, senza dubbio alcuno, una di queste.

Trent’anni passati su un parquet, una carriera incredibile iniziata nel 1987 e costellata di successi.

Ha lasciato il segno ovunque sia andato, Pino Corvo. Lo ha fatto agli albori della sua carriera, in quella mai dimenticata casa madre che porta il nome di Polisportiva Battipagliese, ma anche altrove: Napoli, Scafati e Trieste su tutte.

Pino Corvo

Differenze di latitudini, ma stesso identico feedback: il protagonista di questa intervista è riuscito a farsi amare per le sue straordinarie capacità tecniche in campo ma, al contempo, per l’altrettanta naturale lealtà e generosità fuori dal rettangolo di gioco.

Quando ci si avvicina a Pino Corvo la sensazione è la stessa che in tantissimi non possono proprio far a meno di riferire; è come se l’essenza del “Gioco” smettesse per un po’ di essere mera interpretazione individuale per divenire qualcosa di più tangibile.

Da qualche tempo, il nostro ha detto “basta” con il basket giocato, eppure, la sua passione per lo sport più bello del mondo lo ha portato a dare inizio ad nuovo capitolo della sua vita, ancora una volta cestistica e non.

Il ruolo di direttore sportivo è qualcosa che evidentemente rappresenta l’anello di congiunzione con tutto ciò che è stato come giocatore di pallacanestro.

Qualcosa che Corvo intende interpretare e sviluppare al meglio, proprio come fatto per trent’anni “ogni maledetta domenica”.

Con lui abbiamo parlato davvero di tutto, senza tralasciare gli ultimi due anni vissuti tra Cilento Agropoli Cuore Napoli Basket.

E poi Salerno, la nuova casa di un uomo che ha un solo obiettivo in testa: fare grande una piazza che vuole tornare a respirare aria di pallacanestro.

L’intervista

Iniziamo dall’attualità o, forse più correttamente, dal passato più recente. Come nasce in te l’idea di accettare la proposta di direttore sportivo della Virtus Arechi Salerno? Quanto ha pesato, nell’economia della tua scelta, la presenza del patron Renzullo che ha sempre creduto tantissimo in te?  

«Salerno è una piazza molto importante e, aspetto massimamente significativo, affamata di pallacanestro. Erano molti, troppi anni che qui mancava un campionato nazionale maschile. Ragion per cui, essendo un uomo che ama le sfide difficili, aver accettato la proposta del presidente Renzullo è stato quasi un riflesso condizionato. 

La presenza del presidente è stata decisiva nella mia decisione finale perché ho già avuto la fortuna di giocare per il suo sodalizio in quel di Sarno. Il nostro è un rapporto che è costantemente rimasto inalterato nel tempo, un’ amicizia vera, coltivata negli anni, nonostante non ci sia sempre stato modo di vederci e lavorare insieme. Appena questa vantaggiosa opportunità si è presentata, non ho esitato neppure per un istante e non volevo altro che far parte di questo progetto molto ambizioso. 

Si parlava di riportare la pallacanestro a Salerno, ovvero, nella mia provincia. Non potevo dire di no ed ho accettato davvero di buon grado.»

Avete costruito una squadra partendo praticamente dalle fondamenta. Era una sfida complessa; siete partiti con un progetto nuovo, in un vero e proprio anno zero. Quanto è stato arduo costruire questo gruppo?    

Pino Corvo

«Il nostro è un processo appena iniziato e lo ritengo, al contempo, tanto accattivante quanto complesso, perché siamo partiti da zero praticamente in ogni aspetto: dall’organizzazione societaria alle strutture a disposizione, dai giocatori allo staff tecnico fino ad arrivare all’ufficio stampa. Abbiamo letteralmente costruito da zero una società e lo abbiamo fatto in brevissimo tempo. 

Devo dire grazie alla disponibilità e alla grande fiducia che ripone in me il patron Renzullo; con lui, e in virtù della preziosa collaborazione di Enrico Ianniello che è l’altro dirigente responsabile e Peppe Liguori, addetto alle relazioni esterne, siamo riusciti a fare tutto in tempi davvero strettissimi.

Per quanto concerne la squadra, quello è stato decisamente il momento più delicato perché è sempre arduo amalgamare al meglio dieci diversi modi di pensare. In più, aggiungiamo anche la scelta di un nuovo capo-allenatore che veniva da esperienze importanti in categorie superiori e che abbiamo cercato fin da subito.

Ragion per cui, non è stato decisamente un percorso in discesa, abbiamo avuto e abbiamo ancora tantissimo su cui lavorare, ma, forse, è tutto più entusiasmante e stimolante anche per questo.»

In estate sono arrivati tanti giocatori nuovi e avete affidato la guida tecnica a coach Antonio Paternoster. Su quali basi tecnico-tattiche avete costruito questo organico e che tipo di pallacanestro vi siete proposti di interpretare nel corso di questa stagione?

«La pallacanestro che ho l’auspicio di vedere è veloce e spettacolare. Vorrei ritrovare sul parquet intensità, corsa, presenza fisica e tanta tecnica, ovviamente. Coach Paternoster era il profilo ideale per il nostro gruppo e, come dicevo, è stato sin dall’inizio la nostra primissima scelta. 

E’ un allenatore preparatissimo, ambizioso e meticoloso nel lavoro in palestra. Siamo contentissimi di aver scelto lui perché rispecchia a pieno quello che cercavamo dalla nostra guida tecnica»

Domenica scorsa c’è stato l’esordio stagionale in serie B Old Wild West. Un esordio quanto mai particolare, dal momento che il calendario prevedeva il derby con la Polisportiva Battipagliese. E’ stata una gara vibrante e molto emozionante con quasi cinquecento persone a gremire gli spalti del PalaSilvestri a dieci anni dall’ultimo campionato cadetto in città. Quali sono le emozioni e le impressioni che ti porti dietro dalla prima di campionato? 

Pino Corvo

«Confesso che avevo due grossi obiettivi per l’inizio di questa stagione: vedere come rispondeva la città di Salerno al rientro in città di una squadra di pallacanestro e vincere la prima partita di campionato in serie B.

In relazione a quest’ultimo aspetto, è evidente che il match con Battipaglia lo sentissi particolarmente dacché, essendo battipagliese e avendo giocato lì per dieci anni, ho provato un mix di sensazioni davvero contrastanti.

Tornando ai due obiettivi, dunque, ritengo che entrambi possono dirsi raggiunti: abbiamo visto tantissima gente sugli spalti del PalaSilvestri ed è stato davvero incredibile. C’erano ovviamente anche tante persone provenienti da Battipaglia, ma tanti salernitani, addetti ai lavori e appassionati hanno deciso di premiare il nostro progetto venendo a sostenerci e a perorare la  causa con il loro incredibile supporto. Per noi, questa è una grandissima vittoria.

Per quanto riguarda la squadra e la prestazione di domenica, ritengo che abbiamo grossi margini di miglioramento. Devo dire che i nostri avversari hanno fatto un’ottima partita, avrebbero potuto tranquillamente vincere, ma, per nostra fortuna, questo non è successo.

Siamo ancora in una fase iniziale ed ogni squadra, come è giusto e naturale che sia, sta provando a costruire le proprie certezze. Nel corso della partita di domenica ho apprezzato lo spirito di squadra che i ragazzi hanno dimostrato soprattutto nei momenti più complessi della contesa. 

Non dimentichiamoci che il nostro è un gruppo mediamente molto giovane e, anche per questo, puntiamo a crescere e migliorare col tempo, partita dopo partita. Lo faremo sempre, ne sono certo.»

Facciamo un salto all’indietro e torniamo alla stagione scorsa. Un’annata indimenticabile a Napoli con un progetto che, un po’ come quello di Salerno, nasceva da lontano, ovvero, dai tempi del Cilento Basket Agropoli. Nel ruolo di diesse, all’interno del sodalizio caro al patron Ciro Ruggiero, è accaduto davvero di tutto. Vittoria della Coppa Italia (ad undici anni dall’ultimo trofeo partenopeo targato Carpisa) e promozione in serie A2 in quel di Montecatini. Che ricordi hai di questi due inaspettati e meravigliosi successi nonché dell’ultima stagione nella sua interezza?   

«Devo ammettere che vengo da due stagioni davvero esaltanti e ricche di successi e soddisfazioni. Sono stato fortunato nei primi due anni da dirigente, ho vinto tanto e preso parte a percorsi assolutamente indimenticabili. 

Tanto di Agropoli quanto di Napoli porto nel cuore ricordi meravigliosi  perché, inevitabilmente, le annate vincenti lasciano dentro sempre qualcosa di diverso. 

In particolar modo, devo dire che quando si dice che vincere a Napoli è differente non si sta affermando nulla di più veritiero. 

Siamo partiti con i favori del pronostico ben lontani da noi, gli addetti ai lavori ci davano già per retrocessi e ci siamo trovati anche lì a costruire una squadra ex novo con due o tre giocatori che venivano dall’esperienza di Agropoli in serie C.

Si è immediatamente creato un gruppo unito e compatto capace, con lo spirito di sacrificio che lo ha contraddistinto, di partire con un pubblico composto da trentadue spettatori alla prima di campionato fino ad arrivare a 3500 supporters nelle gare calde di fine stagione. 

Quello è stato indubbiamente il successo più prestigioso di quell’incredibile gruppo che ha meritato ogni singola vittoria ottenuta sul rettangolo di gioco perché composto, al suo interno, da persone speciali che porterò sempre nel cuore.»

A Napoli tutti hanno riconosciuto e apprezzato il tuo lavoro. Con un budget modesto sei riuscito ad allestire una squadra meravigliosa, una vera e propria contender capace di arrivare fino in fondo. Come si realizza, nello sport moderno, un miracolo simile?

«Proprio perché si tratta di un autentico miracolo sportivo, non esiste una ricetta che possa garantire la realizzazione dello stesso. Sono cose che succedono e che è difficile spiegare.

Siamo stati sicuramente bravi,ma lo sono stati soprattutto i giocatori, capaci di adattarsi ad una realtà difficile come quella napoletana.

Fin dall’inizio, infatti, c’era tanta diffidenza in città, inverosimili problemi anche di natura logistica.

Per un intero anno siamo stati costretti a spostarci tanto, considerando che, per gli allenamenti,  eravamo ospiti dell’amico Antonio Caliendo a Casalnuovo e giocavamo le partite ufficiali a Fuorigrotta.

Si può ben dire, insomma, che abbiamo avuto un anno travagliato sotto molti punti di vista. Siamo stati fortunati a trovare un gruppo di ragazzi disponibilissimi che hanno fatto subito gruppo fra di loro.

Nelle difficoltà siamo venuti fuori più forti di quello che potevamo pensare. Noi, come società, siamo stati bravi a tenerli tranquilli, a dargli sempre quello che desideravano nel fermo rispetto delle nostre possibilità.

Mentre, dal punto di vista tecnico, l’allenatore ha fatto un grosso lavoro. Diciamo che è stato un miracolo di squadra voluto fortemente da tutti.

Infatti, non è facilissimo trovare, all’interno di una società, venti o trenta persone che remino tutte nella stessa direzione.

Questo ci fa capire che non ci si può precludere niente quando c’è davvero voglia di fare qualcosa di importante.»

E’ stata un fulmine a ciel sereno la notizia dell’interruzione del tuo rapporto professionale con la società cara al presidente Ruggiero. La notizia ha lasciato tutti di sasso visti gli ottimi risultati ottenuti a Napoli. In molti sostengono che ci siano stati attriti tra te e il presidente. Puoi spiegarci come si è arrivati a quella decisione? 

Pino Corvo

«L’interruzione del rapporto professionale è data da profonde differenze di vedute tra me il presidente Ruggiero. Tutti pensano ci sia chissà cosa dietro questa decisione, principalmente perché io non amo parlare di questioni che ritengo di interesse privato. 

L’ho  ringraziato più volte perché mi  ha dato la possibilità di lavorare per due anni passando dalla serie C alla A ed è anche e soprattutto per merito suo che ho avuto modo di arrivare a svolgere questo lavoro.

Ad un certo punto, tuttavia, il rapporto ha conosciuto una nuova fase e i nostri propositi hanno smesso di combaciare. 

Io avevo la mia visione, che è rimasta la medesima, lui la pensava diversamente e, alla fine, abbiamo optato, di comune accordo, per l’interruzione del rapporto professionale. 

A me è dispiaciuto molto perché ritengo che i successi dello scorso anno portino anche la mia firma, tuttavia, quanto accaduto mi da soltanto tanti stimoli in più per poter fare qualcosa di altrettanto importante in un’altra piazza, in un futuro speriamo immediato.

Devo anche dire che quello che è successo mi ha permesso di incontrare nuovamente il presidente Renzullo. 

Come dicevo poc’anzi, il rapporto con lui è davvero solido. La sua fiducia nel mio operato è stata tangibile sin dal primo incontro, avendomi dato carta bianca in relazione a qualsivoglia aspetto societario. 

Da lui ho percepito tanta fiducia, che ritengo una componente alla base di questo lavoro. Una fiducia che mi ha ripagato di tante amarezze subite.

Per me non è tanto importante vincere, quanto costruire qualcosa di duraturo. Questo è esattamente il nostro progetto qui a Salerno; intendiamo radicarci in città e, chissà, provare a portare la pallacanestro a livelli mai raggiunti finora. 

Il nostro patron ha mezzi a disposizione e passione tale da poter fare davvero bene al movimento cestistico della nostra provincia, nonostante il momento di crisi profonda che la pallacanestro italiana sta attraversando ad ogni latitudine. 

Quindi, speriamo di poter dare continuità ad un progetto tanto solido quanto ambizioso.»

Facciamo un altro passo indietro e torniamo al periodo trascorso in quel di Agropoli. Anche lì il tuo contributo è stato preziosissimo. Quali ricordi suscita in te l’esperienza al Cilento Basket? 

«Ad Agropoli ho vissuto un periodo davvero particolare poiché è stato il mio ultimo anno come giocatore. 

Il passaggio dal campo alla scrivania non è stato affatto semplice perché la voglia di allacciarmi le scarpe e giocare è sempre vivissima in me. 

Al di là di questa dinamica,  anche lì abbiamo fatto un’annata super. Siamo stati in grado di vincere ben 29 partite su 30 in regular season, facendo grandissime cose e scrivendo record su record. 

Siamo riusciti ad ottenere la promozione nonostante la formula allucinante che vige in serie C con i concentramenti finali. 

E anche da questa esperienza porto con me ricordi memorabili. Ho conosciuto giocatori e addetti ai lavori cui sono rimasto legato da una profonda amicizia. Nella mia carriera ho vinto sette campionati e, come dicevo prima, è normale che quelli vinti lascino dentro qualcosa di diverso.

Nel mio piccolo, cerco di portare sempre con me  qualcosa di importante dalle esperienze che vivo, nella pallacanestro come nella vita. 

Gli anni di Agropoli e Napoli mi hanno dato tantissimo in termini di esperienza e vissuto personale.»

Andiamo ancora un po’ indietro nel tempo e parliamo del tuo impegno con la Nazionale Over 45 di Maxibasketball con cui hai vinto tre Campionati Mondiali, altrettanti titoli europei e una World League. Soffermandoci sull’esperienza in Florida, quella dei mondiali di Orlando che ti vide MVP della rassegna e miglior realizzatore assoluto, come giudichi quel momento e, più in generale, il tuo impegno con la maglia azzurra? 

Pino Corvo

«Ormai sono diventato un veterano della Nazionale. Sono otto anni che faccio parte della selezione e, eccezion fatta per quest’anno in cui proprio qui in Italia non siamo riusciti ad imporci, abbiamo fatto registrare sette successi consecutivi vista la formula che vede alternarsi sequenzialmente rassegne mondiali ed europee. 

Siamo un gruppo di indubbio valore, un team al quale piace stare insieme e giocare a pallacanestro. 

Quello che ho imparato nel corso della mia carriera me lo ritrovo puntuale nell’esperienza con la maglia azzurra perché siamo atleti di una fascia d’età avanzata, accomunati da una mentalità simile e medesime aspettative. 

Dopo i Mondiali in Brasile e in Grecia e gli Europei in Lituania abbiamo fatto davvero grandi cose.

Forse, la rassegna trascontinentale americana è quella che ci ha lasciato qualcosa di più  perché, andare a vincere in casa di chi questo sport lo interpreta da sempre meglio di chiunque altro, è decisamente impagabile. 

E’ stata, senza alcun dubbio, un’altra esperienza fantastica: vincere il premio di MVP ha significato molto per me, ma non quanto l’impresa di squadra di cui ci siamo resi protagonisti.»

Il tuo passato da giocatore parla da sé: Battipaglia, Napoli, Scafati e Trieste tra le tante piazze che hanno goduto del tuo talento cristallino. Ovunque tu abbia giocato, hai costantemente lasciato il segno sul campo e fuori. A proposito di ciò, com’è stato il passaggio dal parquet alla scrivania?

«Ho sempre pensato al giorno in cui avrei smesso con la pallacanestro giocata come  a qualcosa di estremamente lontano. 

Invece, nei fatti, è stato tutto molto naturale, una sorta di evoluzione non arrestabile che, fortunatamente, mi ha permesso di continuare a vivere di questo meraviglioso sport.

So di essere fortunato dacché faccio quello che amo e non tutti possono dire altrettanto. 

Essere responsabile dell’area tecnica di una squadra di pallacanestro è sempre stato qualcosa che mi ha attirato più di allenarla.

Quindi, il passaggio è stato sì naturale, ma ovviamente molto duro perché continuando a stare sempre in palestra la voglia di giocare è sempre tanta.

Per fortuna, ci sono tante cose da fare quindi hai poco tempo per pensare al basket giocato, ma quando posso prendo un pallone e gioco con degli amici.

Io cerco sempre di allenarmi, è una passione che ho dentro e che mi rimarrà sicuramente per tanto.»

Inevitabile, a questo punto, una domanda sulla situazione del basket italiano: come giudichi lo stato di salute della nostra pallacanestro? E ritieni che i vivai siano la chiave di volta per rilanciare il nostro movimento cestistico?

«I vivai hanno un ruolo determinante. Non viviamo un buono stato di salute dal punto di vista cestistico in Italia.

Il livello dei campionati va sempre più verso il basso perchè non si costruiscono più giocatori, è questa la verità.

Purtroppo la colpa è tanto di noi dirigenti, quanto della categoria degli allenatori, ma, a mio modestissimo avviso, pure dei giocatori che non hanno più voglia di sacrificarsi come facevamo noi.

Sicuramente ci sono colpe da dividere tra tutti, però io sono dell’idea che l’unico modo per poter sanare questo gap che abbiamo con le altre nazioni,  anche quelle numericamente molto inferiori a noi e che pure raggiungono risultati sportivi insperati, è soltanto lavorare sui giovani.

Bisogna formare più allenatori capaci, inculcare nei giovani lo spirito di sacrificio che è alla base dello sport in  generale e ancor di più in quello di squadra e cercare, noi dirigenti, di fare questo al meglio.

Alla fine, non è sicuramente un processo semplice ma ritengo si debba partire da lì.»

Torniamo al presente e, dunque, alla Virtus Arechi Salerno. Il campionato di Serie B appena iniziato pare estremamente livellato e di buona qualità complessiva. Quali sono le squadre che, a tuo avviso, ritieni possano ritenrsi favorite per far bene nel corso della stagione?

«E’ un campionato di serie B estremamente interessante, forse persino più della serie A2, dove purtroppo gli americani la fanno da padroni come è giusto che sia.

Nella B, dove si vedono sbocciare tanti giovani, ci si rende conto che i giocatori che maggiormente fanno ancora la differenza sono i veterani.

Per quanto concerne le mie sensazioni su questo campionato, vedo strutturate per vincere sicuramente Palestrina, Cassino, Barcellona e Valmontone che, pur avendo ridimensionato un po’ il budget, resta comunque una buonissima squadra.

Dietro, invece, devo dire che non ci sono squadre materasso, non vedo alcuna compagine debole. E’ un campionato nel quale se non metti intensità e voglia di vincere puoi perdere con chiunque.

Se, al contrario, metti  agonismo e determinazione sempre e comunque, puoi vincere anche contro le squadre organizzate e costruite per dominare.

Questa è una premessa che dobbiamo fare nostra e di cui dobbiamo ricordarci sempre.

Le nostre ambizioni? Noi, anche se è strano da dire perchè il presidente Renzullo non riesce a partecipare come ammette lui stesso, non partiamo con l’obbligo di vincere, non è la nostra priorità .

Quest’anno sappiamo che per noi è un anno zero e proprio da zero ripartiamo, da ogni punto di vista organizzativo, societario e tecnico.

Vogliamo ben figurare su questo prestigioso palcoscenico, questa è senza dubbio il nostro proposito.

La società sta facendo grossi sacrifici ed investimenti per far si che la pallacanestro attechisca qui a Salerno.

Io, personalmente, non mi pongo obiettivi, spero di fare un campionato che faccia tornare vivissima la passione per questo sport nella gente di Salerno e che faccia divertire tutti noi. Il resto si vedrà.»

Per concludere, quali sono i progetti personali e gli obiettivi  di Pino Corvo per il prossimo futuro?

«I miei obiettivi per il futuro sono esattamente quelli di Salerno. Voglio cercare di imparare il più possibile in questa mia nuova veste.

Cerco di prendere tutto quello che c’è di nuovo e costruttivo giorno dopo giorno da persone più esperte di me che svolgono questo ruolo da più tempo.

Sicuramente, c’è tanto da fare e da imparare, ma la voglia e la determinazione sono le medesime di quando giocavo quindi, sotto questo punto di vista, sono molto tranquillo.

Spero di continuare a divertirmi come sto facendo in questi anni e di fare risultati qui a  Salerno perché è un progetto ambizioso ed a lungo raggio, ragion per cui voglio fare tutto il possibile per raggiungere traguardi importanti.»

 

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About The Author

Carmine Lione Carmine Lione è uno scrittore e giornalista freelance, laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Salerno. Attualmente iscritto al Corso di Laurea in “Lingue e Culture Straniere” presso l'Ateneo di cui sopra, ha collaborato con varie testate giornalistiche, tra cui zerottonove.it. Ha ricoperto l'incarico di Capo Addetto Stampa della società cestistica Polisportiva Battipagliese ed attualmente presta la sua voce per le telecronache del Basket Bellizzi in onda su LiraTv e del Salernum Baronissi per l'emittente SeiTv. Per quanto concerne la scrittura, nel corso della sua esperienza artistica, ha pubblicato due opere: “Tempi Moderni”, raccolta di racconti edita dalla casa editrice Gruppo Albatros Il Filo e “Luce al neon”, primo romanzo autopubblicato.