Rainbow Catania, intervista a Marzia Ferlito

La modestia e l’umiltà in campo la caratterizzano da sempre, ma Marzia Ferlito, ala piccola di 175 centimetri della Rainbow Catania è una donna e un’atleta tutta da scoprire… Laureata in Economia e gestione delle imprese turistiche, specialistica in management del turismo, è un esempio per le nuove generazioni, per aver saputo sempre conciliare l’impegno agonistico con il lavoro e lo studio, e i suoi più intimi rapporti umani, con grande affetto, sincerità e senso dell’amicizia. Le sue caratteristiche sono rapidità, buon tiro dalla distanza, duttile sia in difesa che in attacco, affronta senza difficoltà qualsiasi tipo di avversario, oltre a dare il suo contributo a rimbalzo. Esperienza ad Augusta nel 2002 a parte, fedelissima del parquet di Catania, la sua città, da quando ha iniziato l’appassionata carriera agonistica. Salto in A2 nel 2003 con la Palmares e con l’Olympia Catania dieci anni dopo nel 2013/2014, poi in B con la Rainbow fino ai giorni d’oggi, campionato 2015\2016, in cui milita con la sua maglia del cuore in serie C.

La tua passione viscerale è da sempre la palla a spicchi. Qual è quella che ti caratterizza al di fuori del basket? «Amo la musica, il cinema, il teatro e la buona cucina. Quando non sono a lavoro o in palestra amo ascoltare i miei cd, andare a caccia di bei film e di ricette sfiziose. Peggio ancora, quando mi parte la fantasia, mi metto ai fornelli o prendo la chitarra, questo rigorosamente in solitudine, ed invento su più fronti. Il teatro è un’arte assai speciale e devo questa passione a mia madre che, fin da piccola, mi portava allo Stabile ad ammirare gli spettacoli. Idem per il cinema. Mamma è il mio “My Movies” ufficiale, prima testa lei, dopo, se passa il suo severo giudizio, vado io».

Qual è la migliore partita disputata fino a questo momento? «Non sono una giocatrice “rumorosa” con tanti punti nelle mani e non godo di lunga memoria, ormai le problematiche dell’età mi attanagliano, ma un paio di partite proprio non le posso proprio dimenticare. Evidentemente gli dei del basket quei giorni erano con me! Le elenco: Basilia Potenza – Rainbow Catania, due punti portati a casa dopo una partita al cardiopalma. Palmares Catania – Pontedera, mio esordio in A2 oltre che prima di campionato, in casa per di più. Quel “pazzo” del mio coach, allora Pippo Borzì, pensò bene di affidarmi una “mission impossible”: marcare a uomo, anche se fosse andata alla toilette, solamente Lucilla Matassini, che a fine anno chiuse come miglior realizzatrice girone sud. Ero in totale panico. Invece alla fine la mia avversaria non arrivò nemmeno alla doppia cifra, si innervosì non poco, segnai anche qualche bel canestro, presa dalla totale trance agonistica, e si, vincemmo la partita.

Il tuo rito scaramantico prima di entrare in campo? «Non sono scaramantica. Provo solo qualche tiro da 3 ripetutamente dagli angoli in riscaldamento per sciogliere la tensione e poi ho un piccolo tic: mi sistemo soltanto i calzini ogni 2X3».

C’è qualcuno a cui vuoi dire un grazie speciale che porti dentro da un po’ e che vuoi esternare in tutta sincerità? «Credo sia giusto ringraziare mio padre per due motivi: uno, piuttosto superficiale e agli occhi di tutti, che inizia da quando ha contratto il “virus pallacanestro” vedendomi muovere i primi passi, fino a questi giorni, in cui continua, con notevoli sforzi, problematiche ed ostacoli, a credere insieme a me nella Rainbow.  Secondo motivo, sconosciuto ai più ma altrettanto vero, che fa capo al fatto che mai, e dico, mai, mi ha fatto sentire una privilegiata rispetto alle mie compagne. Avrei tanto detestato se mi avesse protetta e “raccomandata” con l’ambiente esterno e, grazie al cielo, non lo ha mai fatto. Anzi, devo dire che posso nominarlo non tra i miei tifosi, ma tra i miei critici più sinceri. Poi voglio ringraziare i nostri collaboratori silenziosi all’interno della Rainbow, ognuno con i propri pregi e difetti, ma di sicuro con tanto cuore di far crescere questa piccola ed ambiziosa realtà».

Qual è l’anno più bello che vuoi raccontare, quello caratterizzato da episodi simpatici o particolari che porterai sempre con te? «Guarda ricordo con immensi sorrisi di certo gli anni di gioventù con le mie amiche storiche: Ari, Rosa, Anto, Silvia, Silke, Pacitta, Giorgina, Crosti. E con le amiche meno giovani (ora mi prenderanno a botte) come Lele, Vale, Mannu, Anto Bush, Belfio, Bruni la sempreverde e Serafica, la zia con cui viaggiavamo verso Augusta nel lontano 2002. Ricordi divertentissimi che porterò sempre con me sono: le trasferte in pulmino con coach Cimellaro, Lele, Silvia e l’autista, quando le si premeva di nascosto l’acceleratore. Le trasferte in nave quando giocavamo in Campania e, alle 3/4 di notte imitavo con un perfetto napoletano il marinaio che circa quattro ore dopo ci avrebbe svegliato. E le trasferte con Di Piazza che, senza pietà, né sonno a quanto sembrava, percorreva avanti e dietro i corridoi desiderosa di ronde notturne. Cestisticamente parlando, sicuramente l’anno di A2 con Pippo non lo dimenticherò mai».

Il senso della Rainbow è quello di far sentire tutti all’interno di una grande famiglia ed è stato da sempre il filo conduttore dei vari progetti basati su quello portante, di fare crescere le giovani, con l’esempio delle più grandi. L’obiettivo principale di quest’anno e degli anni che vengono per Marzia giocatrice qual è? «L’obiettivo per me è far innamorare dei nostri colori ogni appartenente alla società, dalle giocatrici, ai genitori, allo staff tecnico e non, ai tifosi, ai parenti, ai bimbi che seguiamo attraverso i progetti scuola. Con questo concetto voglio dire che se non ci sentiamo tutti parte di qualcosa che è casa, che è fortezza da non far violare agli avversari, che è maglia, che è un palazzetto, che è Rainbow insomma, e non una qualsiasi squadra, non avremo mai quella forza che ti dà un marcia in più».

 

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