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La risposta alla tua domanda si può suddividere in
due parti:
- Il primo passo è chiedersi: che idea ho dell’allenamento? Come
abbiamo avuto già modo di sottolineare in altre risposte, la
pallacanestro, dal nostro punto di vista, è uno sport composto da
tre fondamentali componenti: tecnico-tattica, biologico-motoria,
psicologica. Molto spesso si identifica l’allenamento solo con le
prime due componenti: tecnico-tattica e fisica (biologico-motoria).
In questo caso allenare si identifica con l’insegnare il gesto
atletico,e mantenere l’ordine diventa un elemento di disturbo da
eliminare. Se invece consideriamo l’allenamento come frutto dell’integrazione
di tutte e tre le componenti (tecnica, fisica e psicologica),
mantenere l’ordine, tenere viva l’attenzione e incanalare l’energia
in obiettivi concreti, diventano parti che lo completano perché
costringono a lavorare sul mondo emotivo-corporeo individuale e
relazionale degli atleti. Comprendiamo la difficoltà di guardare in
questi termini al problema che ci poni, perché costringe a
cimentarsi con competenze tanto necessarie quanto purtroppo ancora
poco considerate nei programmi formativi degli allenatori.
- la seconda parte della risposta ci costringe a definire cosa si
intende per "attenzione". L’attenzione è una qualità
all’interno della relazione fra allenatore e squadra. Per definire
la relazione fra allenatore e squadra e per non demonizzare nessuno,
bisogna definire chi sono l’uno e l’altro. Ad esempio: ci sono
squadre con cui si ha difficoltà a mantenere l’attenzione perché
è presente un eccesso di energia che non si riesce ad incanalare
verso obiettivi concreti e che porta ad una iperattività emotiva e
corporea, una bassa capacità di mantenere la concentrazione in modo
stabile e costante. Diverso è il caso in cui la difficoltà a
mantenere l’attenzione è dovuta ad una scarsa energia presente
nel gruppo squadra, che si ha difficoltà ad "attivare".
In questo caso gli atleti tendono ad annoiarsi, disinteressarsi e
demotivarsi. Da come tu scrivi, il tuo caso sembra rientrare nella
prima ipotesi. Per definire l’altra identità della relazione (l’allenatore)
proponiamo le seguenti domande:
- Come si sente il nostro amico a gestire una squadra dove c’è
molta energia?
- Che rapporto ha con le regole? Ad esempio: si sente sereno a
comandare e farsi ubbidire? Si sente in difficoltà e un po’
tiranno nell’imporre qualcosa a qualcuno?
- Ritiene giusto esigere rispetto e disciplina dai suoi allievi?
- Ci sono parti dentro di lui che riescono a raggiungere un
accordo su questi temi o rimangono un po’ in guerra?
Definire chi siamo nelle relazioni che costruiamo
ci aiuta spesso ad avere consapevolezza dei nostri limiti e questo,
se usato bene, è uno strumento potente di crescita.
Le domande che abbiamo posto sono un piccolo
stimolo in questa direzione.
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