Fortitudo Bologna, Aradori: "Taglio degli stipendi? Corretto che anche noi giocatori facciamo la nostra parte"

L’accordo sul taglio degli stipendi di giocatori e staff, raggiunto nei giorni scorsi ed atto ad aiutare le società, in grave affanno a causa dello stop provocato dalla pandemia da COVID-19, continua ad essere argomento di discussione. Secondo Pietro Aradori, elemento di spicco della Fortitudo Bologna, è stato giusto prendere una decisione in tal senso: “Siamo tutti in difficoltà, tutti ci perdiamo qualcosa, mi pare corretto che anche noi giocatori si debba lasciare qualcosa, senza essere gli unici colpiti“, ha detto Aradori, intervistato per QS da Alessandro Maggi.

Ragionando più in generale, secondo Aradori questa crisi potrebbe dare il là ad un generale ripensamento del ‘sistema basket’ italiano. “La mia speranza è che questo dramma sia un’occasione per fare un passo indietro e rilanciarsi. Come? Ad esempio riducendo il numero di squadre in Serie A e in Serie A2, potrebbe essere una possibilità“, spiega il 31enne nativo di Brescia, che tocca poi anche il nodo ‘naturalizzati’.

Le strade sono due. C’è chi prende il passaporto e ne prende un vantaggio a livello di carriera di club, diventando comunitario. Dall’altra c’è chi acquisisce la nazionalità per matrimonio. In questo ultimo caso faccio l’esempio di Anthony Maestranzi e Jeff Brooks, giocatori che hanno impegnato le loro estati per la Nazionale e sono diventati amici e compagni“, sottolinea Aradori.

Non ho niente contro nessuno, ma siamo sempre qui a parlare di naturalizzare tutti, creando solo confusione” – conclude il giocatore della Fortitudo – “Serve di base una Nazionale di livello, perché dei naturalizzati ne può giocare alla fine solo uno. E in fin dei conti, non parliamo di star mondiali. Continuando così si rischia di fare dei torti a qualcuno“.

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Gianluca Zippo Nato a Formia il 13/01/1988. Laureato in Giurisprudenza presso la Federico II di Napoli, già collaboratore e redattore per Teladoiolamerica.net e Road2sport.com, il calcio, l’NBA e la F1 sono la mia malattia, ma il mondo dello sport mi affascina a 360°.