Olimpia Milano, Ben Bentil si presenta: "Sono un bully, ma simpatico"

Era un personaggio enorme, enorme nel suo Ghana. Non ha avuto l’opportunità di giocare in grandi arene, i suoi palcoscenici erano principalmente i campi all’aperto, schiacciate aeree con piroette di 360°. Una volta ha schiacciato saltando oltre un auto. Ma era una stella. Era Meme Falconer, il giocatore ghanese più famoso di tutti i tempi. “Era il Kobe Bryant del Ghana. Era incredibile, quello che faceva quando era giovane”, dice Ben Bentil.

Ben era un ragazzino, un promettente giocatore di pallavolo, era bravo anche a calcio, come attaccante. Ma un bel giorno, ha conosciuto Meme Falconer. Stava facendo le sue acrobazie in un campo all’aperto e Ben, proprio come tutti gli altri bambini, era estasiato. “Era sempre in tv, faceva spot pubblicitari, era una star”, ricorda. Meme lo notò. Bentil aveva 12 anni, ma era già grande e atletico. Un potenziale fisico enorme. “Per un personaggio come lui anche solo lavorare con me e diventare molto più che un allenatore, un fratello maggiore, con il quale stare sempre insieme, è stato decisivo”, afferma Bentil.

Per farla breve, Meme Falconer, il Kobe Bryant ghanese, è diventato il suo allenatore, il suo mentore, il suo amico. “Meme Falconer ha avuto un ruolo cruciale in quello che sono oggi, mi ha preso sotto la sua ala come un fratello maggiore, è stato una figura paterna. Mi ha aiutato a diventare un uomo, non solo come giocatore di basket, come uomo. Mi ha trasferito le sue qualità, quello che possedeva, perché a casa lui è un’icona. E’ un personaggio di riferimento e ha voluto trasferirmi tutto questo per vivere attraverso di me in qualche modo il sogno che avrebbe voluto vivere per sé stesso. E’ stato decisivo”, dice.

Tecnicamente parlando, Meme Falconer è l’allenatore del Ghana, solo che in Ghana non hanno una nazionale maggiore. Ci stanno lavorando sopra. “Abbiamo giocatori sparsi in tutto il mondo, nei college, professionisti, a tutti i livelli, che vogliono tornare e giocare. Speriamo di riuscire in fretta ad avere una squadra nazionale, almeno prima che diventi troppo vecchio per giocarci”, scherza Ben. A dire il vero, il Ghana ha alcune squadre nazionali giovanili promettenti e il basket sta crescendo. Meme Falconer è il padrino, Ben Bentil è il giocatore più noto. “Ora, voglio aprire la strada ai ragazzi più giovani. Conosco ragazzi che mi ammirano e dicono che voglio arrivare dove è arrivato Ben”, ha sottolineato Bentil, sentendosi come se non stesse rappresentando solo se stesso e la sua famiglia, ma un intero paese.

Quando aveva 15 anni, Bentil lasciò il suo paese e intraprese un lungo percorso di vita negli Stati Uniti. Falconer trovò il modo di inserirlo in un paio di scuole superiori. Giocava a basket e a calcio. “Ho avuto un paio di possibilità di andare al college e giocare a calcio, ero bravo, davvero bravo, ma a quel tempo ero già innamorato del basket”, ricorda. La prima tappa fu in Pennsylvania, ad Haverford, poi si trasferì a St. Andrew’s, nel vicino stato del Delaware dove conobbe Austin Tilghman, playmaker dotato di buon talento. Sono diventati amici. O più di così. Sono diventati fratelli. “E’ stato duro perché sono sempre stato legato a mia mamma. Andare via da lei è stata la parte più dura, mi piace mangiare e mi piace quello che lei cucinava. Non poter ricevere la sua attenzione durante le feste è stato difficile da sopportare. E’ stata una transizione tra due culture differenti e due modi di crescere diversi. Ma al tempo stesso avevo chiaro quale fosse la mia missione. Per me era un’opportunità di migliorare me stesso, la vita della mia famiglia, di mia madre. Così ho detto Ok, puoi piangere quanto vuoi, ma sii uomo e adattati alla situazione”, dice Bentil.

Poi la famiglia Tilghman è entrata in scena. “La sua famiglia mi ha accolto come un figlio, così Austin è il mio fratellino. Il sangue potrà non essere lo stesso, ma lui è tutto per me, siamo sempre stati in contatto. Ha avuto un impatto enorme in trasformarmi in quello che sono adesso, la sua famiglia ha avuto un impatto enorme, mi hanno ospitato, aiutato, portato agli allenamenti, alle partite, mi hanno dato un tetto. Austin è la mia famiglia, chiunque conosca me sa anche che Austin è la mia famiglia”, sottolinea. Tilghman ha giocato a basket a Monmouth, poi si è trasferito in Europa e ora gioca a Ravenna. “E’ entusiasta che giochi a un paio di ore di distanza, così potrà venire a vedermi e quando potrò anche io andrò a vederlo”.

I due si separarono quando Bentil andò a Providence per giocare al college. Il primo anno è stato semplicemente ok, ma durante la sua seconda stagione è esploso in modo fragoroso. È diventato una star, un nome conosciuto. Ha giocato in quintetto 32 delle 35 partite di Providence, ha segnato in doppia cifra in 31 occasioni, ha segnato almeno 20 punti 21 volte. Ha segnato 31 punti e catturato 13 rimbalzi in una vittoria ai supplementari a Villanova, a Philadelphia. Ha segnato un career-high di 42 punti a Marquette. I Friars hanno partecipato al torneo NCAA e lui è stato di nuovo fantastico. E’ stato inserito nel primo quintetto  della Big East. “Da freshman, avevo alcuni veterani davanti, gente che era lì da tempo. Come Kris Dunn o LaDontae Henton, giocatori che sapevano cosa fare. Il mio ruolo era quello di imparare, seguire il loro esempio e aspettare il mio turno. Quando è arrivato, ho preso il controllo, ho lavorato tanto quell’estate perché volevo essere un leader, volevo essere rispettato, perché per me è importante il rispetto ed è così che lo guadagni”.

Durante la sua seconda stagione era chiaro che non sarebbe più potuto rimanere a Providence. Aveva anche una vita familiare da migliorare a casa. Dichiararsi per il draft NBA è stato automatico. A selezionarlo sono stati i Boston Celtics. “E’ stata una sensazione incredibile, per un ragazzo del Ghana, con una madre single, quattro fratelli… se mi avessero detto che sarei andato in America, avrei giocato a basket e che il mio nome sarebbe stato chiamato la notte del draft, e avrei giocato nella NBA, avrei detto che non c’era alcuna possibilità che accadesse”. Possibile? Sì, è successo davvero, grazie al “duro lavoro, alla fortuna e all’incontro con persone che hanno reso tutto questo possibile. Non ero solo orgoglioso di rappresentare me, ma un intero paese, non la mia famiglia, ma tutto il Ghana”, spiega.

Non ha mai fatto parte della squadra dei Boston Celtics, ma è stato ingaggiato dai Dallas Mavericks ed è diventato il primo giocatore ghanese a scendere in campo nella NBA, nel 2017. Alla fine, Bentil ha giocato in Francia, Spagna, Cina e infine Peristeri e Panathinaikos in Grecia. “E’ stato grandioso – dice Bentil -, intendo l’esperienza di giocare in EuroLeague che è il livello più alto possibile in Europa, la migliore competizione, dove affronti il ​​meglio del meglio ogni sera. Mi ha insegnato molto sul basket europeo, cosa devi fare per aiutare. Devi essere pronto a giocare giorno dopo giorno, non puoi prenderti un giorno libero. Il Panathinaikos è diventato la mia casa; Atene è diventata casa perché ci sono rimasto a lungo».

Con il Panathinaikos è riuscito a vincere due volte il campionato greco. Poi si è trasferito brevemente a Istanbul e infine è arrivato a Milano. Quando è stato chiamato, Bentil ha ricevuto un’altra chiamata. “Il mio amico Dinos Mitoglou”, ricorda. “In realtà è stato il primo che mi ha chiamato e mi ha parlato di questo trasferimento. Il Coach gli ha chiesto di me, perché io e Dinos abbiamo giocato bene insieme. Sono stato contento per lui quando ha firmato qui, e quando ho avuto la stessa opportunità… Al Panathinaikos parlavamo di quanto sarebbe stato bello giocare di nuovo insieme”. Bentil è diverso da Mitoglou come giocatore. Ha mostrato le sue caratteristiche fin dall’inizio. “Sono un bully – si descrive -, ma sono un simpatico bully. Porterò tanta energia e lo farò ogni volta che andrò in campo. Gioco in modo estremamente aggressivo. Sì, mi considero un giocatore energico”.

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