Apu Udine, l'intervista a coach Matteo Boniciolli

Matteo Boniciolli, i voti di dirigenti, colleghi e capitani l’hanno eletta allenatore dell’anno in Serie A2.
“E’ il quarto riconoscimento che mi viene assegnato, in leghe diverse. Questo arriva a 60 anni, ed essendone passati quattordici dal primo vuol dire che, se gli allenatori passano, arrivano i nuovi, giovani e bravi, tu resti competitivo. E’ un onore e sono riconoscente a chi mi ha ritenuto meritevole”.
Come in tutte le votazioni, non esiste unanimità.
“Ed anche dissenso. Io penso di aver allenato meglio dello scorso anno. Dei colleghi, tanti, che hanno avuto un’ottima stagione ed avrebbero meritato altrimenti, sottolineo il ruolo fondamentale delle loro Società che hanno investito in un momento difficile. Identificando gli allenatori giusti per la loro realtà. Non è sempre un fattore di soldi: ma spendere bene quelli che si hanno”.
Gli allenatori dicono che le partite ve le vincono i giocatori. Se perdete, dite “colpa mia”. Ma senza Società non si possono inseguire risultati.
“L’allenatore è la figura fondamentale di una Società. E’ la guida tecnica e deve esserne il primo interlocutore. Obiettivi e condivisione. Puoi essere il migliore allenatore del mondo, ma sei nulla se non hai alle spalle un’organizzazione importante”
Ad Udine c’è.
“Totale. Da Alberto Martelossi in poi. Non c’è nulla che non sia sotto controllo. La logistica, le palestre, il settore sanitario, l’ambito tecnico. Tra staff e preparatori qui lavorano sei professionisti. Chi gioca meno di 15 minuti, il lunedì si allena. E trova tutto ciò di cui ha bisogno”.
La sua battaglia per il ruolo centrale dell’allenatore non sempre trova terreno fertile.
“Non giudico il lavoro di altri e la realtà di altre strutture. Per certo, da quando ho iniziato da assistente fino ad oggi, il ruolo dell’allenatore ha perso di significato. E non c’entra la crisi economica. Non è “…conti di meno, ti pago di meno”. Puoi pagare meno semplicemente perché hai meno soldi”.
Non parla degli altri ma può parlare della sua categoria. Che magari ha responsabilità in tutto questo.
“Certamente. La guerra al ribasso degli ingaggi non ha fatto bene a nessuno. Non dò lezioni, ma ho 60 anni, alleno da trenta e da venti sono capoallenatore. L’ho fatto in tre continenti, Europa, Asia e Stati Uniti. Nella comparazione, dico che ovunque gli allenatori vengono cacciati. Ma finchè allenano, hanno un peso. Decidono, fino alla fine. Qui meno”.
Allena da trent’anni. Ed oggi non è quello di ieri.
“Rifuggo da valutazioni etiche, il mondo cambia. La grande sfida di un allenatore della mia generazione è adeguarsi ai tempi. I giocatori ventenni di oggi non sono quelli di vent’anni fa. E non si vive di ricordi”.
Neanche i proprietari. Una volta, forse, più imprenditori d’azienda e distaccati, delegando ai manager sportivi. Oggi molto più decisionisti. E’ un loro gioco?
“Sono più aggressivi, commentano il fatto tecnico. Si affidano agli agenti di riferimento. Che fanno il loro mestiere, non li colpevolizzo. Però hanno sostituito il manager. Se l’NBA è la stella polare, non credo che Bill Russell suggerisse a Red Auerbach i giocatori da prendere per i Celtics. Oggi, ai Lakers, LeBron James decide pure a che ora partono. A me piaceva di più quanto uno faceva la squadra, deputato a farlo. E Russell prendeva i rimbalzi. Vogel, guardandolo in panchina, mi faceva tenerezza. Ha vinto un titolo NBA”.
Soluzione?
“Che ognuno faccia il proprio lavoro. Laddove i giocatori di riferimento parlano con la proprietà… ecco, diciamo che non porta bene”.
La stagione di Udine: record 26-4, Coppa Italia in bacheca, testa di serie numero 1 dei playoff, candidata naturale ad uno dei due posti in Serie A.
“Siamo lì da due stagioni, con squadre diverse. Lo scorso anno più giovani, quest’anno meno. La mia battaglia, e la reputo la chiave nello sport, è attorno al concetto di essere favoriti. Che, storicamente, fa sciogliere come neve al sole noi italiani. E’ una strategia mediatica abusata, oltre il dato oggettivo. Se arrivi in finale, e ti dai il 50% di probabilità di vincerla, sei credibile. Se mi dai per favorito, non mi metti pressione. Ma riconosci la qualità del mio lavoro. E’ un complimento. Riconoscono che sei più bravo”.
E come lo trasmette alla sua squadra, favorita?
“Pur avendo iniziato questi playoff con poca fortuna, senza Lacey infortunato e lasciando in spogliatoio nell’intervallo di gara4 l’altro straniero, Walters, per motivi disciplinari, l’obiettivo è convincere i giocatori che alleno, con orgoglio, del godere dell’essere favoriti”.
A proposito: con Walters, lasciato a riflettere sotto la doccia mentre San Severo provava a portarvi a gara5, da dove si riparte?
“Chi doveva parlargli gli ha parlato. Io, in spogliatoio, e davanti alla squadra, ho parlato più con lui che con i miei figli. Il tempo delle parole è finito. Resta l’unico giocatore immarcabile della A2”.
Nel 2021 Udine raggiunge finale di Coppa Italia e finale playoff. Quest’anno la Coppa Italia l’avete vinta. E volete ripetervi nei playoff. Vuol dire che serve un biennio per l’obiettivo promozione? Negli ultimi sette anni solo la Virtus Bologna è scesa dalla A e risalita subito.
“E’ vero ma per un motivo semplice: è un campionato durissimo. Mi sento dire: “Voi avete speso”. Cosa vuol dire? Chi vuol vincere, spende. Spendono in parecchie, vince una sola. Con questa formula, due. Ma è una Lega che mi piace, perché la crescita delle squadre è palpabile. Non so dire se c’entra l’8+2, che crea dinamiche che intrigano, o il 6+6, con cui vorrei confrontarmi l’anno prossimo. Ma so che vincere è molto complicato”.
C’è un filo costante nei cicli del suo essere allenatore?
“L’energia. Che sorprende chi mi sta vicino. La stessa degli scivolamenti laterali alla Fortitudo e di più di vent’anni fa alla Snaidero. Mi dovrò operare ad un tendine d’Achille, non scivolo più, ma l’energìa è la stessa. E forse aumentata. Ho sviluppato negli anni capacità di letture del gioco, e caratteristiche tali da rendermi più sereno con i giocatori. Allenare è uno stimolo continuo che ti costringe a studiare ed avere la testa viva. Stamattina alle 6.45 vedevo una partita del campionato portoricano. Ti confronti con realtà diverse da cui nascono idee ed innovazione”.
C’è un allenatore dell’anno. E tanti colleghi che hanno fatto molto bene, in questa A2. Ce li racconti. Il primo è l’avversario di semifinale, Giovanni Bassi e la matricola terribile Chiusi.
“Un lavoro straordinario, si vede che vive la partita con la squadra. Mi piace. In certe cose rivedo il Boniciolli del 1999 alla Snaidero”.
Alessandro Lotesoriere, altro debuttante in A2 con la rognosissima Ravenna.
“Lo trovo molto riflessivo, ha una squadra dall’età media bassa, ha fatto leva su fermezza e compostezza. Di Ravenna adoro la capacità di essere a +20 oppure -10 e non smettere mai di giocare. E se sei tu a +10, devi stare molto attento”.
Stefano Salieri col suo laboratorio di italiani, anche giovani, a Piacenza.
“Non posso dirlo di conoscerlo, ma dà l’idea di un guru. Diverso dagli altri come metodo, per approccio. Se trova la chimica, le sue squadre non giocano, volano. Mai atteggiamenti da protagonista. Un regista, dietro cui c’è un grande lavoro”
Luca Bechi ha portato San Severo alla migliore stagione di sempre in A2.
“Quando hanno iniziato la stagione, pochi conoscevano i nomi dei giocatori che aveva a disposizione. Hanno finito disputando i playoff, con un record da 11-4 in casa”.
Ha guidato Monferrato ai due eventi, Supercoppa e Coppa Italia, lanciando Leonardo Okeke alla prima stagione ad alto livello. Andrea Valentini?
“Il privilegio di lavorare in palestra con una futura stella della pallacanestro. Sommato al compito non facile, e lo so per esperienza, di allenare due figli. E’ un valore aggiunto”.
Altra miglior stagione di sempre in A2: Matteo Mecacci e la sua Cento.
“L’ho conosciuto nel 2015, negli spareggi promozione, io con la Fortitudo e lui con Siena. Giovanissimo. C’è stata simpatia da subito. Da lì ho sempre mantenuto rapporti cordiali, ci sentiamo ogni tanto. Di quelli della nuova generazione, tra i più interessanti”.
Come la stagione di Pistoia, con Nicola Brienza a Pistoia. E Supercoppa in bacheca.
“Annata molto buona, con roster corto. Quindi ha più meriti. Aveva visto la Serie A con Cantù e Trento. Non si è sentito retrocesso, ha lavorato con grande qualità”.
Passiamo a quelli che sono chiamati a competere per i due posti in Serie A. Dalla sua parte di tabellone c’è Alessandro Ramagli con Verona. Tra di voi stima ed un’amicizia cementata a Bologna, a cena spesso assieme, allenando Virtus e Fortitudo.
“Siamo due vecchi draghi. Ma fumanti”.
Non li troverà, essendo nell’altro tabellone. Alessandro Rossi, debuttante alla guida di una squadra molto solida ed ambiziosa come Scafati.
“Io allenavo a Pesaro, lui a Rieti e giocammo un’amichevole a casa loro. La durezza, l’intensità e la rabbia agonistica di questa Scafati, che punta alla promozione, è la stessa che avevo visto a Rieti dove volevano salvarsi. Ha le stimmate da allenatore vero”.
Come avete fatto voi, le ambizioni di risalita sono state chiare fin subito a Cantù nelle parole di Marco Sodini.
“E’ stato il primo a mandarmi i complimenti. E’ uno studioso ed amante della comunicazione, visto dove allena direi che “Bianchineggia”. E’ un’arma a doppio taglio. Vediamo cosa succede”.
La storia dell’anno è quella della Biella di Andrea Zanchi?
“Biella parte con uno 0-10. E la Società non va nel panico. Zanchi continua a lavorare con i suoi giovani. Che crescono. E si salva, nell’ultima parte di stagione, viaggiando a medie da playoff. Un esempio”.
Ultima domanda, da studioso della pallacanestro. Che impatto vorrebbe vedere su questa A2 nella riforma che andrà a regime dal 2024/2025 ed, ovviamente, dandosi a seguire due-tre stagioni di tempo per valutarla?
“Stabilito il numero degli stranieri, e ritengo che quello di due sia corretto, vorrei vedere nei roster, da dodici, gli italiani che se lo meritano. E non che tra questi ci vada uno solo perché è nato l’1 gennaio del 2002 e toglie il posto a quello nato il 31 dicembre 2001. Magari perché l’ostetrica ha trovato traffico. Ed accade che il primo ha il vantaggio di essere un under; ed il secondo invece è un over. Disadattato. Creando, a ruota, un diseducativo mercato degli under. La priorità di qualunque riforma è innalzare il livello della competizione. E la competizione è per quelli bravi”.

Stefano Valenti
Area Comunicazione LNP

Commenta
(Visited 51 times, 1 visits today)

About The Author